domenica 8 novembre 2009

E La Russa difese il crocifisso: "Possono morire!..."

La sentenza emessa dalla Corte europea dei diritti dell’uomo sul divieto di esporre il crocifisso negli edifici pubblici, in particolare nelle aule scolastiche, è sotto vari aspetti ineccepibile.
Non stiamo qui a dimostrare la giustezza ed anche l’opportunità di una decisione che soltanto chi fa del basso populismo può attaccare e che i veri cristiani, viceversa, dovrebbero salutare con gioia.
Perché la corte di Strasburgo ha unicamente vietato l’esposizione dei simboli religiosi nell’esercizio di funzioni pubbliche, evidentemente in edifici non dedicati al culto.
Luoghi pubblici che, fino a prova contraria, devono rappresentare la neutralità dello Stato nei confronti delle diverse confessioni religiose.
Che cosa voglia significare il crocifisso in una aula scolastica o in un tribunale, qualcuno ce lo dovrebbe spiegare.
Ripeteva Cavour: Libera Chiesa in Libero Stato.
Il crocifisso è un simbolo di passione e di amore divino, ma anche di suprema ingiustizia che gli uomini fecero patire al Nazareno e di cui tutti noi dovremmo vergognarci, quale simbolo di un’infamia perpetrata, secondo i credenti, ai danni del Figlio di Dio.
Che i palazzi di Pilato lo espongano con burocratica indifferenza è paradossale, storicamente una bestemmia; mentre nei luoghi di culto, il crocifisso esprime tutto il suo valore salvifico e divino del messaggio cristiano.
D’altra parte, é falsa l’idea che la sua presenza nei luoghi pubblici sia un simbolo della nostra tradizione culturale: infatti la sua permanenza nelle aule scolastiche venne dichiarata, in pieno regime fascista, solo con un paio di regi decreti che né il concordato del 1929 tra Mussolini e il Vaticano, né la sua revisione ai tempi di Bettino Craxi, modificarono.
Stiamo parlando di 80 anni fa, un’inezia rispetto alla storia millenaria del cristianesimo; una ricorrenza storica irrilevante, se pensiamo a quanta acqua è poi passata sotto i ponti.
La Chiesa cattolica ha, in questa occasione, intrapreso l’ennesima battaglia di retroguardia che la vuole impegnata a difendere piuttosto una prerogativa temporale che il simbolo della propria missione spirituale.
Tanto da non farsi problemi nell’accettare l’appoggio dei mercanti del Tempio.
Che contro la sentenza europea si scaglino politici come il ministro della Difesa Ignazio La Russa e il premier Silvio Berlusconi dovrebbe far sorgere più di un dubbio sulla opportunità di questa scelta.
Basta vedere come si agita La Russa, quali parole di odio, quale espressione gli si stampi in faccia, in quale truce maschera deformi i propri connotati, quando, nell’occasione meno indicata, il 4 novembre, festa delle nostre forze armate, usa la ribalta mediatica per silurare i giudici europei trasformando il crocifisso in un’arma, al pari di un elicottero da combattimento, di un carrarmato o di un fucile mitragliatore: "Possono morire!…" furoreggia di fronte allo spaurito conduttore Lamberto Sposini, incapace di contenerne la crisi.
Perché le gerarchie cattoliche non prendono le distanze da simili atteggiamenti?
Ah, a proposito: neosegretario Bersani, se ci sei batti un colpo!

mercoledì 28 ottobre 2009

Dopo Marrazzo, a chi spetta dimettersi?

La vicenda che ha visto coinvolto il presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, presenta molteplici aspetti su cui riflettere.
Innanzitutto, la dissennatezza di una condotta che, senza scomodare personalissimi giudizi morali, esalta una tendenza al cupio dissolvi, quale comportamento insolitamente diffuso nella nostra classe dirigente.
Ci si chiede se i criteri con cui essa viene selezionata non vadano completamente ripensati, visto che si dà per scontato che la visibilità mediatica sia garanzia di dirittura morale, correttezza ed efficienza nell’azione amministrativa.
Non è forse un caso se molti politici sembrano oggi muoversi come personaggi in cerca di autore, disposti a tutto pur di stare sotto le luci della ribalta.
Nessuna meraviglia, quindi, se per le stesse ragioni, qualche fanciulla sia indecisa tra il fare la velina o la parlamentare a seconda delle opportunità che il papi di turno prospetta: è il paradossale ma inevitabile costo che la cattiva televisione fa pagare alla nostra gioventù meno avvertita sacrificando i suoi entusiasmi e ideali sull’altare della popolarità mediatica.
L’altro aspetto che va messo a fuoco, al di là dell’umana comprensione verso chi è precipitato in poche ore in un abisso, è come una vicenda privata sia diventata pubblica nel giro di poche ore, senza che allo sventurato protagonista sia stata risparmiata nessuna delle feroci sofferenze di un vero e proprio processo mediatico per direttissima.
Qui la barriera della privacy non è stata infranta, non c’è mai stata!
Da sabato tutta Italia è a conoscenza che il presidente Marrazzo aveva una doppia vita. Lui, vittima di un ricatto da parte di quattro carabinieri, ne diventa mediaticamente il capro espiatorio.
Non fa tanto scandalo che quattro militari della Benemerita abbiano messo su addirittura un’associazione a delinquere a fini estorsivi ai danni del governatore del Lazio, quanto le sue private frequentazioni al di sotto di ogni sospetto, la cui divulgazione urbi et orbi ne sanciscono definitivamente l’azzeramento della sua vita pubblica e privata.
Eppure, allo stato degli atti, a Piero Marrazzo non vengono mosse dai magistrati contestazioni di reato.
Chissà perché, in men che non si dica, ancor prima di fare chiarezza completa, lo hanno scaricato sia gli avversari che i suoi stessi compagni di partito.
Ci si chiede se la Casta dei politici non abbia giocato ancora una volta una torbida partita.
E’ poi veramente inqualificabile la posizione degli esponenti del Pdl che, da un lato, ne hanno chiesto a gran voce le dimissioni mentre, dall’altro, continuano a difendere la posizione assai più imbarazzante del loro premier, coinvolto in vicende giudiziarie ben più pesanti e dalle quali si è pure sottratto con numerose leggi ad personam: epocale quella dell’incostituzionale lodo Alfano.
La condanna anche in appello dell’avvocato Mills dimostra che Silvio Berlusconi, la cui posizione processuale è stata stralciata proprio grazie al lodo incostituzionale, non può continuare a fare il presidente del Consiglio senza portare pregiudizio all’istituzione che rappresenta.
Ciò che vale per fatti privati del presidente di una regione deve valere, a maggior ragione, per il capo dell'Esecutivo, quando è in corso un procedimento giudiziario nei suoi confronti con capi di imputazione di obiettiva gravità.
E persino nella vicenda Marrazzo, Silvio Berlusconi, padrone della Mondatori, lo zampino ha finito per mettercelo: ad ulteriore conferma di un conflitto di interessi talmente gigantesco da mettere in crisi qualsiasi equilibrio istituzionale.
Che il Presidente del Consiglio abbia telefonato a Piero Marrazzo soltanto qualche giorno prima (pare il 21 ottobre) che scoppiasse lo scandalo per informarlo di un video compromettente ai suoi danni ed assicurargli che il suo gruppo editoriale non avrebbe pubblicato nulla di ciò, passandogli i numeri telefonici dell’agenzia che custodiva quel materiale, è la prova del nove di come non sia mai possibile sapere, di momento in momento, se agisca in Berlusconi l’uomo di Stato o il tycoon di un potentissimo gruppo economico con infiniti tentacoli.
Infine, che dire dei quattro carabinieri?
Di loro non si sa quasi niente, tranne che i loro capi li hanno liquidati come mele marce.
Eppure al momento sono gli unici incriminati di questa fosca vicenda: a dispetto dell’essere tutori dell’ordine, hanno ricattato il governatore del Lazio distruggendone per soldi la reputazione.
Le guardie che diventano criminali: perché i media sorvolano sulla questione?
Una cosa è certa: nessuna condanna penale, fosse pure la più esemplare, potrà mai risarcire il danno immenso che essi hanno inflitto in un colpo solo ad un uomo politico, alla sua famiglia, all’immagine dei Carabinieri ed alle Istituzioni.

venerdì 16 ottobre 2009

Emergenza democratica

Quello trasmesso da Canale 5 ieri mattina non è un servizio giornalistico, magari rosa, di gossip o trash, è un’intimidazione bella e buona contro il giudice Raimondo Mesiano, autore della sentenza che ha condannato la Finivest a pagare un maxirisarcimento alla Cir di Carlo De Benedetti.
Le telecamere che occupano l’etere pubblico, cioè che appartiene a noi tutti, riprendono momenti di vita privata del giudice, a passeggio, dal barbiere, seduto ai giardini pubblici, con l’aggiunta di un commento fuori campo, infarcito di giudizi ironici sul suo modo di vestire e sulle sue abitudini di privato cittadino.
Un linciaggio mediatico che, dal minaccioso "ne vedrete delle belle" pronunciato da Silvio Berlusconi contro il magistrato, arriva adesso ad organizzare un vero e proprio pedinamento ai suoi danni nell’intento ignobile e disperato di denigrarne in qualche modo la figura, umana prima ancora che professionale.
Qui, come è chiaro a chiunque, non è in gioco la privacy di un cittadino, che del suo tempo libero può fare chiaramente quello che vuole senza dover rendere conto a nessuno, ma l’attacco sferrato sul piano personale contro colui che ha pronunciato una sentenza non gradita a Silvio Berlusconi, proprietario della Fininvest.
Un fatto gravissimo, una vera porcheria: in tanti anni di scadente tv commerciale mai si era vista una cosa del genere.
A questo punto, chiamato in causa non è il Garante della Privacy, è la Procura di Roma che deve aprire immediatamente un’inchiesta; così come è l’Ordine dei giornalisti che deve agire contro il conduttore del programma nel corso del quale è stato proposto simile obbrobrio, il giornalista Claudio Brachino; il quale, a secco di qualsiasi codice deontologico, riesce solo a dire: "Non c'era alcuna malizia ma solo il senso televisivo di dare un volto a un personaggio che la gente non conosceva di persona".
Se a questo si aggiunge il furioso attacco portato dal premier Berlusconi, ancora una volta, alla trasmissione di Michele Santoro e la sua ultima uscita minacciosa: "Penso che ci saranno brutte sorprese per il bilancio della Rai. Faccio una previsione: il 50% degli italiani non pagherà più il canone", si delinea un quadro politico-istituzionale da vera emergenza nazionale.
Che la Casta dei politici ancora non si voglia rendere conto della drammatica accelerazione che stanno prendendo gli eventi, con possibili sviluppi incontrollabili, è l’ennesimo schiaffo, forse il più micidiale, alla nostra democrazia malata.

lunedì 12 ottobre 2009

Sempre più giù verso l'abisso

La settimana della sonora bocciatura del lodo Alfano da parte della Corte Costituzionale si è conclusa nel peggiore dei modi.
Dopo gli attacchi contro tutto e tutti di Silvio Berlusconi, che ancora non riesce a smaltire la rabbia per aver perso l’immunità processuale, si profila una stagione politica gravida di pericoli.
Ormai il premier, abbassata la maschera che finora ne celava agli ingenui le reali intenzioni, è pronto a regolare una serie di conti che teneva evidentemente in sospeso.
Quirinale, Corte Costituzionale, Magistratura, Parlamento, stampa nazionale ed estera: nessuno dei poteri di una moderna democrazia viene risparmiato dalle sue ire.
Al Presidente Napolitano, a dispetto della sua eccessiva arrendevolezza al momento della promulgazione lampo della legge sull’immunità delle Alte cariche, Berlusconi, per il tramite del fido Vittorio Feltri dalle colonne de Il Giornale, gli rinfaccia di non aver saputo interagire con i giudici della Consulta, benché, è questa una indiscrezione dirompente, il testo di legge fosse stato scritto a quattro mani con i consulenti giuridici del Colle.
Se ciò venisse confermato, si dimostrerebbe come, nel tentativo di assecondare il soverchiante attivismo istituzionale del premier, Napolitano avrebbe travalicato il suo ruolo, finendo per uscire dal solco tracciato dalla nostra Costituzione.
E’ per questo che il Quirinale si è affrettato oggi a smentire seccamente tale ricostruzione che getta una luce inquietante sull’operato del Capo dello Stato, mettendone a rischio il suo ruolo super partes: una vera bomba mediatica, quella fatta deflagrare dal giornale della famiglia Berlusconi!
Inoltre, contro il potere giudiziario, sono già sulla rampa di lancio due siluri: la separazione delle carriere dei magistrati e il ripristino dell’immunità parlamentare.
A dimostrazione che il Cavaliere, nonostante i sondaggi sfavorevoli, messo alle strette se ne infischia ampiamente della pubblica opinione, già stressata per le sue intemperanze pubbliche e private.
Ormai il profluvio di invettive contro il singolo funzionario pubblico che incroci la sua strada, fosse solo per puro e semplice dovere d’ufficio, è tale che nessuna istituzione è in grado di sopportarne il peso.
Perché sono le istituzioni stesse ad essere sotto tiro.
E’ così che il Presidente della Repubblica, nonostante abbia mostrato sin troppo zelo nell’evitare ogni attrito con Berlusconi, viene comunque da questi accusato di slealtà.
Ma perché prendersela tanto per la bocciatura del lodo?
Allora avevano ragione quanti sostenevano che era l’ennesima legge ad personam per il Cavaliere!
Con la sua incontenibile ira, Berlusconi ha finito di nuovo per smentire se stesso.

Nessuna sorpresa nel constatare, però, che malgrado la bocciatura delle Corte, egli non ha la minima intenzione di dimettersi.
Irrita, piuttosto, che in queste ore la scalcinata opposizione del PD non abbia saputo dire altro, oltre esprimere una solidarietà rituale a Napolitano, che esortare Berlusconi ad andare avanti.
Dopo il poderoso aiuto sullo scudo fiscale, ecco nuovamente il PD pronto a tendergli la mano.
E la nomenklatura democratica ha pure la faccia tosta di chiedere alla sua base di andare a votare per le primarie!
Ma come, voi del PD non vi presentate in Parlamento a sfiduciare Berlusconi, adesso asserite pure che non deve dimettersi, e chiedete a noi cittadini di votarvi?
Possibile che non vi rendiate conto della distanza siderale che ormai vi separa dai vostri stessi elettori?

mercoledì 7 ottobre 2009

Per fortuna che la Corte c'è!

Alle 18,06 la Corte Costituzionale ha reso pubblico il suo verdetto: il lodo Alfano è illegittimo.
La legge voluta fortemente dal premier Silvio Berlusconi per garantire l'immunità processuale alle Alte cariche ed approvata in soli 25 giorni (un vero record!) nel luglio 2008, così proteggendosi dai giudizi pendenti a suo carico, e che ha visto la promulgazione lampo da parte del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, è INCOSTITUZIONALE.
L'illegittimità che pure uno studente di giurisprudenza alle prime armi avrebbe facilmente riconosciuto ma che almeno tre delle quattro Alte cariche (Presidente della Repubblica, Presidente del Senato e Presidente del Consiglio) nonché l'autore, Angelino Alfano, ministro di Grazia e Giustizia, evidentemente IGNORAVANO, è stata dichiarata solennemente dalla Suprema Corte.
Il grave strappo alla nostra Carta fondamentale viene così rammendato da una sentenza storica della Corte, costretta a riunirsi e a decidere in un clima incandescente, sotto la palese minaccia del Ministro per le Riforme Istituzionali, Umberto Bossi, di mobilitare il popolo in caso di bocciatura della legge.
"Noi potremmo entrare in funzione trascinando il popolo. Il popolo ce lo abbiamo, sono i vecchi Galli'', ha dichiarato mentre i giudici costituzionali erano riuniti in camera di consiglio.
Che dire? Per fortuna che la Suprema Corte c'è!