domenica 4 ottobre 2009

Scudo fiscale: la Casta tutta sorregge Silvio Berlusconi

Il modo con cui gli ambienti del Quirinale si sono affrettati a giustificare l’immediata promulgazione del decreto legge che contiene le norme sullo scudo fiscale tradisce il grave imbarazzo di spiegare all’opinione pubblica il perché di un passaggio istituzionale così impopolare.
A fronte dei mille gravi rilievi di un provvedimento che, nonostante le migliori intenzioni, oggettivamente favorisce gli interessi della criminalità organizzata mentre fa a pugni con la nostra Costituzione, la risposta che discende dal Colle appare perlomeno insufficiente.
Basterebbe ascoltare l’intervista rilasciata dal magistrato Roberto Scarpinato, della DIA di Palermo, ai microfoni di RaiNews24, per farsene un’idea.
Sconcertano sia i cosiddetti motivi tecnici che avrebbero indotto il Capo dello Stato a non avere esitazioni nell’apporre la propria firma, sia l’argomentazione da questi espressa informalmente ad alcuni cittadini nel corso della visita di Stato in Basilicata, secondo cui, anche astenendosene in questa occasione, egli sarebbe stato comunque costretto a farlo successivamente, qualora le Camere avessero di nuovo licenziato lo stesso testo.
Ragionamento perlomeno bizzarro: è vero che il capo dello Stato non ha un diritto di veto sulle decisioni del Parlamento ma, per l’art. 74 della nostra Costituzione, "può con messaggio motivato alle Camere chiedere una nuova deliberazione. Se le Camere approvano nuovamente la legge, questa deve essere promulgata".
Ritenere invece che, nel processo di formazione delle leggi, il Presidente della Repubblica sia solo un passacarte, questo sì è lesivo della sua dignità e delle sue prerogative.
Perciò, ha ancora una volta ragioni da vendere Antonio Di Pietro nel sostenere che, di fronte ad un provvedimento che sana comportamenti gravemente illeciti garantendo a coloro che se ne sono macchiati l’immunità e l’anonimato, Giorgio Napolitano avrebbe dovuto rinviare il testo di legge alle Camere, separando quindi la propria responsabilità formale da quella, politica, del Governo.
Così non è stato ma, in fondo, da questo presidente non ci si poteva attendere nulla di diverso. L’amara esperienza maturata dall’anno scorso con l’immediata promulgazione del lodo Alfano e, quest’anno, con il varo del pacchetto sicurezza, non lasciava adito a dubbi.
E’ convinzione da tempo maturata da alcuni osservatori che l’ex comunista Napolitano, nonostante il partito di Repubblica ne incensi quotidianamente l’opera, si collochi sul gradino più basso di un’ipotetica classifica degli inquilini del Quirinale. Il pur contestato Giovanni Leone, su cui si concentrarono a suo tempo sospetti e critiche anche ingenerose, fu almeno un fine giurista.

Ma, adesso, è tutta la Casta dei politici di Pdl, Lega, Udc e Pd ad essere messa sotto accusa.
La legge sullo scudo fiscale ha mostrato, inoppugnabilmente, l’assoluta inconsistenza dell’opposizione espressa dal Partito democratico: il decreto è passato con 270 sì contro 250 no.
Solo venti voti hanno, cioè, separato una maggioranza che sulla carta disponeva di ben altri numeri da una minoranza in cui si sono registrati addirittura 29 defezioni!
E non era una delle tante votazioni di commissione: il governo di centrodestra aveva posto la fiducia e, con l’eventuale bocciatura dello scudo fiscale, si sarebbe potuta sancire la fine dell’era berlusconiana e l’inizio di una stagione nuova per l’Italia.
Così non è stato, per colpa dei deputati di opposizione, 22 dei quali assenti tra le fila del Partito democratico.
Di fronte ad un passaggio istituzionale tanto delicato, che poteva rivelarsi storico, a nessuno doveva essere consentito di sottrarsi al solenne rito del voto; neppure per ordinari motivi di salute.
Infatti, l’unico motivo plausibile per cui chi rappresenta gli elettori può godere di una sin troppo sterminata serie di privilegi è forse proprio perché le sue sono specialissime funzioni, da esercitarsi anche in frangenti particolari.
E’ paradossale che mentre l’ineffabile ministro Brunetta escogita per i lavoratori italiani in malattia un istituto molto simile agli arresti domiciliari, i parlamentari si prendano il lusso di astenersi da una votazione importantissima, per la quale il Governo ha imposto persino il voto di fiducia, per motivi risibili: a causa di una banale febbriciattola o, peggio, per sottoporsi ad accertamenti clinici di routine o, peggio di peggio, per recarsi ad una conferenza.
Poche illusioni, è la Casta tutta a sorreggere il governo di Silvio Berlusconi.

lunedì 28 settembre 2009

Un nuovo editto contro Annozero

L’attacco sferrato ad Annozero, la popolare trasmissione di Michele Santoro al suo esordio per la nuova stagione televisiva, ha un carattere chiaramente liberticida.
Appena spente le telecamere che avevano finalmente illuminato al pubblico televisivo alcune chiacchierate vicende che hanno visto quest’estate per mattatore il nostro Presidente del Consiglio, del tutto rimosse finora dal piccolo schermo, ecco arrivare l’affondo forsennato in ordine sparso dei suoi uomini.
Dalla dissennata reazione intimidatoria del ministro delle Attività produttive, Claudio Scajola, che non vuole evidentemente rendersi conto di aver travalicato dai suoi compiti istituzionali, all’intervento del viceministro delle Comunicazioni, Paolo Romani, il quale, appellandosi ad un malinteso art. 39 del contratto di servizio con la Rai, apre una fantomatica istruttoria sulla trasmissione.
Ma non dimentichiamo neppure l’improvvida reazione del ministro della Pubblica Istruzione, Maria Stella Gelmini, che dichiara: "Quando si insulta il presidente si insultano tutti gli italiani", forse scambiando il ruolo istituzionale di Berlusconi con quello di Giorgio Napolitano.
Qualcuno le spieghi la differenza!
Ma adesso abbiamo una certezza in più: la cosiddetta Casa delle Libertà si chiama così per riferirsi alle libertà costituzionali che intende abrogare.
Per prima la libertà di espressione, come enunciata dall’art. 21 della nostra Costituzione.
E’ scandaloso che in Italia non solo permanga in tutta la sua gravità il conflitto d’interessi ma che il titolare di concessioni pubbliche per le reti Mediaset si arroghi il potere di decretare la fine del servizio pubblico radiotelevisivo, come lo conosciamo da sempre.
Una Rai che viene mandata in malora attaccando trasmissioni a costo zero come Annozero, (anzi ad alto rendimento, visto quello che frutta in termini di raccolta pubblicitaria grazie alla sua audience), ma anche Presa diretta, Report, Che tempo che fa.
Tutto ciò per propinarci dei palinsesti costruiti ad uso e consumo del manovratore. Così ci condannano a vedere per l’eternità in prima serata su Raiuno l’ennesima replica del classico per le aspiranti escort: Pretty Woman.
Che i dirigenti della prima rete siano preoccupati di una possibile crisi delle vocazioni?
Così il già inammissibile duopolio Rai-Mediaset degrada pericolosamente nel monopolio di Silvio Berlusconi.
Le vicende di queste due ultime settimane, nonostante l’autentico flop della puntata di Porta a Porta sull’Abruzzo terremotato, confezionata su misura per le impellenti esigenze del premier, e la tardiva partenza autunnale di Annozero, lo dimostrano in modo inoppugnabile.
Ma non basta avere cinque televisioni ed un oceano di carta stampata per placare gli animal spirits dell’uomo di Arcore: bisogna tappare la bocca a qualunque voce dissenziente o, preferibilmente, sradicare qualsiasi frammento di notizia che possa semplicemente aggrottarne la fronte.
Lo Stato sono io, la Rai sono io, gli Italiani sono io: è questa l’essenza dell’attacco alla trasmissione di Santoro.
Quello che maggiormente preoccupa è che tale blitz sia del tutto pretestuoso, privo com’è di ogni giustificazione che non sia, spudoratamente, il voler sottrarre alla pubblica opinione temi dibattutissimi altrove, cioè sui media di mezzo mondo.
In una democrazia parlamentare, quale dovrebbe essere la nostra, è ammissibile che le notizie trasmesse dal servizio pubblico siano filtrate secondo i gusti esclusivi del capo dell’esecutivo?
Perché, si deve dare atto a Michele Santoro di aver impostato la puntata in modo sin troppo equilibrato, con una forte presenza degli uomini del presidente: Maurizio Belpietro, direttore di Libero, e il vicecapogruppo del Pdl, Italo Bocchino, in studio. Poi, le dichiarazioni di Renato Brunetta e le interviste filmate a Filippo Facci e Vittorio Feltri, neo direttore del Giornale.
Per il centrosinistra, erano presenti il segretario uscente del Pd, Dario Franceschini, e il direttore dell’Unità, Concita De Gregorio.
Ognuno ha potuto esprimere la propria opinione liberamente, la conduzione si è ispirata alla massima sobrietà, lo scontro verbale tra i partecipanti è stato a volte duro ma sempre ben gestito; e, salvo una eccessiva acrimonia sessista ai danni della De Gregorio da parte del collega Maurizio Belpietro, non si sono verificati episodi di rilievo.
Il punto, infatti, sta proprio nell’andamento lento della trasmissione e nei suoi toni smorzati che rendono impossibile scardinarne l'impianto giornalistico.
Ma il brano dell’intervista alla escort Patrizia D’Addario ha scatenato negli uomini di Berlusconi una reazione tanto scomposta da finire per nuocere proprio alla loro causa, mostrandoli arcigni e cinici, di modi crudamente beffardi.
Di fronte a tale caduta di stile, è passata quasi simpatica la grave gaffe di Italo Bocchino che, rievocando la morte, avvenuta in circostanze misteriose quarant'anni fa, della segretaria personale del senatore americano Ted Kennedy, di recente scomparso, ci ha piuttosto convinto che fa molto meglio Berlusconi a nominare ministro le sue giovani amiche.
Una galleria degli orrori e degli errori, di fronte alla quale la pur scialba serata di Franceschini, costretto ad arrampicarsi sugli specchi per negare l’esistenza di una rilevante questione morale anche dentro il Pd, è sembrata meno sofferta.
Punta di diamante del programma è stato il sempre bravissimo Marco Travaglio, in onda senza contratto, che ha ricostruito dettagliatamente la vicenda dell'imprenditore barese Tarantini; ma tutta la squadra di Santoro ha girato bene, mostrando di saper fare grande televisione.
Mettere in discussione un programma del genere, che ha raggiunto già in partenza livelli di audience notevoli, vuol dire proprio voler affossare il servizio pubblico, a solo vantaggio di Mediaset.
Ancora una volta il conflitto di interessi pesa come un macigno sulla scena politica italiana.
Può Silvio Berlusconi, padrone di Mediaset, mettere il bavaglio all’informazione del servizio pubblico?
Può, attraverso il giornale di famiglia, scatenare una campagna di stampa per il boicottaggio del canone Rai?
Purtroppo, nel deserto dei tartari della politica italiana, anche queste due semplici domande sono destinate a restare senza risposta.

lunedì 21 settembre 2009

Una domanda alla Casta: ancora quanti morti per l'Afghanistan?

Si fa sempre più fatica a parlare di politica.
Perché quello che ci propinano da settimane i media, è tutt’altro.
E' un teatrino da basso impero dove il concetto stesso di democrazia viene stravolto sotto una cappa di segreti inconfessabili, avvertimenti, ricatti incrociati, e tutto imputridisce.
All’indomani del vertice con l’esterrefatto premier spagnolo Zapatero e di quell’incredibile conferenza stampa conclusiva, si è detto che Silvio Berlusconi appare più debole anche sulla scena internazionale proprio perché ricattabile.
Ma si tende a sottovalutare quale formidabile potere di ricatto lui stesso possieda e che lo rende di fatto inamovibile, anche qualora la Corte Costituzionale dovesse bocciare il lodo Alfano.
La nomina di Vittorio Feltri alla direzione del giornale di famiglia, Il Giornale, nel luglio scorso ha segnato per il Cavaliere l’inizio della campagna di autunno, con i risultati che tutti possono vedere: dopo il fango gettato addosso a Dino Boffo, direttore dell’Avvenire, giornale della Conferenza episcopale, è stata la volta di Gianfranco Fini, destinatario di un chiaro avvertimento rivoltogli direttamente dalla prima firma del quotidiano a cui l’ex leader di AN non ha potuto che reagire con la querela.
Ma se il Pdl brucia, il Pd agonizza.
La campagna congressuale volge alla stretta finale con la già scontata affermazione di Pierluigi Bersani, candidato di Massimo D’Alema.
Dario Franceschini, segretario uscente, non ha i numeri per mettere in discussione questo risultato, con buona pace dell’ipersconfitto Walter Veltroni. E Ignazio Marino, l’unico dei tre che vanta una vera piattaforma politica, è troppo in ritardo per poter impensierire i duellanti.
La cosa paradossale è, comunque, che la lotta tra i due vada avanti senza nessuna reale divergenza politica: non li contrappongono differenze di programma; il loro antagonismo è alimentato solo dall’appartenenza a cordate diverse.
Ci si prepara dunque a celebrare un congresso senza affrontare nessuno dei nodi politici che hanno provocato il declino elettorale in questi anni dei Ds prima e del Pd poi.
Abbandonata in partenza l’ipotesi di proporre un modello di sviluppo per la società italiana alternativo a quello del centrodestra, ci si scontra solo su uomini e organigrammi.
Uno scempio del genere non era mai accaduto a sinistra: è il segno più evidente che tra il Partito democratico e il partito-azienda del Cavaliere, anche in questo caso, ci sono affinità sorprendenti.
Purtroppo, la vita istituzionale del nostro paese ormai va avanti non per la spinta delle grandi tradizioni culturali e politiche sorte con la Resistenza ma sulla base di un gioco al massacro costruito su personalismi e torbide trame.
Il comune cittadino viene abbandonato a se stesso, stritolato nelle sue aspettative e nei suoi problemi quotidiani da una lotta di potere che di democratico mantiene solo le forme.

Che una democrazia sospesa come la nostra possa poi essere di modello per altri paesi è una pietosa bugia.
Dispiace molto che altri sei soldati italiani abbiano dovuto sacrificare la propria vita soltanto per consentire all’Italia di accomodarsi su uno strapuntino al tavolo dei Grandi.
Alle loro famiglie va tutto il nostro cordoglio e la solidarietà.
E’ giunto, però, il momento che la Casta, al gran completo, si assuma tutta la responsabilità della spedizione militare in Afghanistan e, quindi, delle conseguenze nefaste di quella decisione.

Il partito di Repubblica, quello che detta di giorno in giorno la linea politica del Pd, si schiera apertamente per il proseguimento militare della missione italiana; il suo ideologo, Eugenio Scalfari, nel suo ultimo editoriale, la giustifica con una serie di argomentazioni che definire bislacche è eufemistico. Ripetute, però, ossessivamente dai media grazie al sostegno politico che ne danno all'unisono centrodestra e centrosinistra, appaiono ad un’opinione pubblica rassegnata come inscalfibili certezze.
Ne passiamo in rassegna qualcuna.
Per Scalfari discutere se quella afgana sia per l’Italia ancora una missione di pace o di guerra è solo un "rebus lessicale" (sic!), perché "le truppe Usa e Nato hanno lo stesso compito di combattere i terroristi e aiutare i civili a rientrare nella normalità della vita quotidiana. Una duplice missione di guerra e di pace. Che cosa c’è da chiarire?".
C’è solo da chiarire che quando le truppe Usa e quelle Nato agiscono sullo stesso terreno, non è facile distinguere chi opera in missione di pace e chi fa la guerra guerreggiata.
I bombardamenti dall’alto che colpiscono la popolazione civile sono un intervento di guerra o di pace?
Enduring Freedom degli Usa e Peace Keeping della Nato sono, si o no, due facce della stessa medaglia?
Già basterebbe questo a demolire l’utilità di un intervento che, nella confusione di sigle tra Nato e Usa, ci mette contro proprio la popolazione civile, che in linea di principio dovremmo soccorrere: una missione di pace che si appoggia sulle truppe Usa diventa giocoforza una missione di guerra.
Ma per la nostra Costituzione, questo non è possibile: o la costituzione materiale di Scalfari è un’altra?

Seconda leggenda metropolitana: discutere del ritiro delle truppe espone i nostri soldati ad un rischio maggiore perché i terroristi concentrerebbero gli attacchi su di loro.
Forse che i nostri 21 ragazzi caduti negli ultimi 5 anni su quelle montagne sono stati protetti dal fatto che l’Italia sarebbe rimasta a tempo indeterminato in quell’inferno?
Ci ammaestra poi Scalfari: "Il ritiro d’una forza militare da un teatro di operazioni non si annuncia mai; se si deve fare si fa e lo si dice dopo che il ritiro è avvenuto".
A parte il fatto che ciò non è vero (basti pensare il ritiro preannunciato da mesi dal presidente Barack Obama dei marines dall’Iraq), non bisognerebbe discuterne in qualche forma e sede ufficiale (non alla buvette di Montecitorio!)?
Ma Scalfari si avventura sconsideratamente in un terreno minato quando accosta la strage di Kabul con l’attentato di Via Rasella del 1944 ed il successivo eccidio delle Fosse Ardeatine.
E’ chiaro che non deve essersi reso conto che per difendere i bombardamenti Usa "mirati a colpire covi di terroristi" ma che causano molte vittime nella popolazione civile, negando che siano una forma di rappresaglia come lo fu, orrenda, quella nazifascista, egli avvicina incautamente i talebani ai nostri partigiani.
Se il decano dei nostri giornalisti prende un simile abbaglio, assiso comodamente alla scrivania del suo studio, è comprensibile che la martoriata popolazione civile afgana, sotto i martellanti bombardamenti Usa e Nato e le continue incursioni dei Talebani, possa essere un po' più confusa e vedere negli occupanti occidentali i principali nemici da cui difendersi.
E così i nostri ragazzi si ritrovano ad essere vittime inconsapevoli di un gioco pericolosissimo e molto più grande di loro.
Sarebbe il caso di andar via al più presto da quell’inferno difendendo, nei fatti e non con ipocrita retorica, i nostri militari e le loro famiglie.
A meno che non si convenga con Benito Mussolini quando, entrando in guerra nel giugno del 1940 a fianco di Hitler, dichiarò: "Mi servono alcune migliaia di morti per sedermi con pari dignità al tavolo della pace".

lunedì 7 settembre 2009

Una guerra tra bande nella prospettiva dell'inciucio

Massimo D’Alema, ieri alla festa del Paladido a Milano, ha spiegato che non ci può essere una contrapposizione nel suo partito tra vecchio e nuovo, cioè tra vecchia guardia e giovani dirigenti. Perché quello che conta è la qualità delle persone.
Ecco appunto: poiché i dirigenti ex Pci, ex Pds, ex Ds, ora Pd, hanno fallito su tutta la linea, lasciando il Paese alla mercé dell’uomo di Arcore per quindici anni, la cosiddetta vecchia guardia comunista dovrebbe farsi da parte, lasciando ad una nuova generazione di politici di costruire un’Italia diversa.
In cosa avrebbero brillato loro della vecchia guardia, D’Alema ce lo dovrebbe spiegare una buona volta: forse nel non essere riusciti minimamente a contrastare l’anomalia Berlusconi che con il suo strapotere mediatico-istituzionale è un caso unico al mondo.
Durante i governi di centrosinistra, nessuna delle mille leggi promesse è stata varata dagli attuali dirigenti democratici: da quella sulle televisioni, a quella sul conflitto di interessi, ai provvedimenti contro i monopoli, contro la rendita finanziaria, per la tutela dei servizi pubblici, per l’ambiente… niente di niente.
In compenso c’è stata la madre di tutte le privatizzazioni, quella Telecom: e gli utenti sanno com’è andata a finire!
E poi, chi non ricorda l’impareggiabile segretario Ds Piero Fassino sostenere, durante il governo di centrosinistra, che l’approvazione della legge sul conflitto d’interessi non avrebbe creato posti di lavoro?
Una vergogna, al cui solo ricordo l’indignazione torna quella di sempre.
Siamo giunti al punto di veder promulgare senza battere ciglio il lodo Alfano che pure è un evidente strappo alla nostra Carta fondamentale.
Il fatto è che la degenerazione della politica passa per una completa omologazione della nostra classe dirigente sia di destra che di centrosinistra ad un pensiero unico costruito, in campo internazionale, sui dogmi degli strateghi di Oltreatlantico (per cui in Afghanistan ci si sta, costi quel che costi, sia in termini di risorse economiche che di perdite umane, a dispetto dell’insofferenza dell’opinione pubblica); in economia, sui diktat delle burocrazia di Bruxelles e del direttorio della BCE (per cui non sono ammesse altre ricette per uscire dalla crisi di quella in atto che provoca una disastrosa deflazione).
Se questa condotta è in parte scontata per la destra che ha da sempre aderito alle logiche dei poteri forti, non era prevedibile che ciò avvenisse nelle fila dei già comunisti, già diessini, ora democratici.
Eppure costoro, in reiterate occasioni, hanno disatteso il mandato elettorale ricevuto, sposando in pieno le tesi dei loro avversari putativi.
Perché questo sia avvenuto, è difficile dirlo: forse il motivo di fondo può essere ricercato nello strisciante senso di inadeguatezza nei confronti dell’élite capitalistica.
Un sentimento di inferiorità nutrito nei confronti di chi muove le leve dell’economia reale mentre i vari Fassino, Veltroni, D’Alema si sentono inconsciamente solo dei parolai, buoni al massimo per blaterare in qualche talk show; dediti, prioritariamente, a salvaguardare il proprio tenore di vita molto superiore a quello dei comuni impiegati e della maggior parte di professionisti ma non in grado tuttavia di competere con le risorse economiche praticamente illimitate del capitalismo familiare.
Di qui il bisogno di assidue frequentazioni con quel mondo, tanto criticato a parole ma emulato negli stili di vita: è quella che, con un’espressione felice, è stata definita sinistra radical chic.
Cioè, quella che attacca Di Pietro proprio perché limpidamente antiberlusconiano: un vero paradosso.
Ecco perché la guerra al Cavaliere, condotta dalla corazzata la Repubblica-L’Espresso, è tutta concentrata sui suoi misfatti privati, non sull’azione nefasta del suo governo.
E’ una guerra tra bande, dove in gioco non c’è una politica diversa ma semplicemente l’esercizio del potere: ecco perché si presenta al tempo stesso più cattiva sul piano personale, più violenta nei toni, ma del tutto priva di contenuti programmatici.
Un Partito Democratico inesistente che si accoda ad un quotidiano per ripetere da mesi dieci insulse domande a Berlusconi, senza neanche ipotizzare che la vera opposizione si fa nel Paese, contrastando quotidianamente a viso aperto le scelte sbagliate del governo.
A cominciare dalla politica dell’immigrazione.
Ieri sera, il bravo Riccardo Icona, ripetendo per l’ennesima volta una grande lezione di giornalismo, ha dimostrato col potere delle immagini del suo Presa Diretta, quanto fosse stolta e sciagurata l’uscita di qualche tempo fa di Fassino sulla legittimità dei respingimenti dei barconi di immigrati, senza bisogno neanche di citarlo.
Vedere, uomini donne e bambini, morire in mare per disidratazione, denutrizione e freddo senza neanche tentare di soccorrerli, men che meno identificarli singolarmente per accertare se avessero i requisiti per chiedere l’asilo politico, ma respingerli nell’inferno dei campi libici, deve essere sembrato normale e legittimo per chi ha uno stipendio mensile da onorevole…
Ecco perché anche la stessa guerra tra l’Avvenire di Dino Boffo e il Giornale di Vittorio Feltri non ci appassiona: sono ben altre le tragedie della quotidianità che si consumano in Italia e che la Casta, al gran completo, ha deciso di ignorare.
Infatti, non basta il peggior Berlusconi a ridare fiato a un Partito Democratico ormai imploso: è veramente avvilente come lo scontro in atto tra le due fazioni non riguardi più i problemi dei cittadini ma più prosaicamente un regolamento di conti all’interno della Casta.
Con il rischio, molto concreto, che tutto si concluda a tarallucci e vino!
Non dimentichiamo, infatti, che mezzo Pd tifa ancora per un nuovo grande inciucio con il Cavaliere!

domenica 23 agosto 2009

Prima ammissione di Veltroni: «Non tutto il male è colpa di Berlusconi»

Un Walter Veltroni in grande spolvero è quello che si affaccia di nuovo alla ribalta della politica italiana.
Pensavamo che fosse caduto in letargo, invece no: era più sveglio che mai, pronto finalmente a dirgliene quattro al capo dello schieramento a lui avverso.
Un Se po’ ffà rinfrancato che, nel giro di poche ore, presenta la sua ultima fatica letteraria, il romanzo Noi; lancia l’ultimatum al governo per lo scioglimento della giunta comunale di Fondi, in provincia di Latina, ergendosi a paladino contro la criminalità.
Dulcis in fundo, dichiara: "La colpa più grave di Berlusconi è quella di non avere migliorato in nulla il paese pur dominandone la politica da 15 anni, ma non credo che con lui scompariranno anche l'egoismo e l'individualismo".
Ormai, tiratosi fuori dall’agone politico, si atteggia a saggio, o meglio a grande vecchio della politica italiana.
Con il piccolo particolare che, a parte il fatto che non ne ha l'età, non mostra nè statura morale né strumenti culturali per cimentarsi nel ruolo di maître à penser, per il quale ci aspetterebbe da lui qualche titolo di merito in più.
In una cosa però ha ragione: è vero, non è tutta colpa di Berlusconi.
Infatti, senza la sua preziosissima opera di fiancheggiamento, l’uomo di Arcore non sarebbe diventato per la terza volta Presidente del Consiglio e non potrebbe governare il nostro paese per almeno altri quattro anni a dispetto di una pessima compagine governativa dove gareggiano solo gli istinti peggiori e una cultura politica da uomini delle caverne.
Illuminanti sono le parole dell'impareggiabile Walter riprese dal Corriere della Sera.it : "Siamo un paese che tende a prendere forti sbandate ideologiche. Si sono trasformati in ideologie persino il berlusconismo e l'antiberlusconismo , e il mio grande dolore - dice - è stato non essere riuscito ad avviare una stagione di collaborazione nell'interesse dell' Italia dopo le elezioni".
Incapace di fare i conti con il proprio fallimento storico, tende ancora la mano a Berlusconi, questa volta implorandogli aiuto …
Nel frattempo si ripropone come romanziere.
Una cosa è certa: Noi, ne resteremo alla larga.