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giovedì 10 novembre 2011

E' partita la campagna di Repubblica per un governo Monti lacrime e sangue

Messa da parte la barzelletta del governo Berlusconi, è partito l'affondo della corazzata del finanziere De Benedetti, il gruppo Repubblica - l'Espresso, a favore di un governo tecnico guidato dal bocconiano Mario Monti ed eterodiretto dal direttorio Merkel Sarkozy.
Obiettivo: spremere a fondo gli Italiani con operazioni su larga scala di macelleria sociale, senza assumersene la responsabilità politica, trattandosi di un governo che non riceverà un mandato dal popolo ma la cui investitura avviene solo a furor di mercati, sotto l'incalzare della speculazione internazionale.
Si consuma così fino in fondo un furto di sovranità popolare per mano della tecnocrazia europea che in questi mesi ha trovato nel governo di centrodestra diretto dall'uomo di Arcore un bersaglio sin troppo facile da colpire.
In un sistema bipolare, stringere la tenaglia Pd-Pdl per costituire un governo che non risponde a nessuno se non alla coppia Bersani-Berlusconi e all'ineffabile Casini, vuol dire costituire un unipolarismo che ha come missione esclusiva quella di sporcarsi le mani per prendere decisioni irrevocabili sopra la testa della gente, senza che questa venga interpellata o possa eccepire alcunché.
Vuol dire darla vinta all'attacco speculativo arrivato da lontano.
Al gravissimo danno del governo Berlusconi seguirebbe quindi la memorabile beffa del governo Monti, con buona pace di chi ancora crede nella democrazia rappresentativa.
Paradossalmente questo sarebbe il trionfo della Casta, che si fa scudo della tempesta internazionale per infliggere il colpo mortale allo stato sociale e ai cittadini che ormai all'unanimità la disprezzano.
In nome di cosa il Pd di Pierluigi Bersani, l'Udc di Pierferdinando Casini e il Pdl di Silvio Berlusconi, con il beneplacito del presidente Giorgio Napolitano, possano gettare alle ortiche le proprie piattaforme programmatiche su cui avevano ricevuto il consenso nelle Politiche del 2008, senza doverne preventivamente rendere conto al corpo elettorale, è questione che attiene  al funzionamento costituzionale della nostra democrazia che neanche l'eccezionalità del momento può sovvertire.
L'attacco proditorio mosso ad Antonio di Pietro dalle colonne di Repubblica, facendo credere che i suoi sostenitori tifano per il governo tecnico e disapprovano in larga maggioranza  la posizione espressa dal leader dell'Italia dei Valori di netta opposizione ad un tale esecutivo, è la riprova dello stato miserevole in cui versa il centrosinistra che, quando pure riesce a liberarsi del fantasma del Cavaliere, si trova in balìa dei cosiddetti riformisti, alias poteri forti, sempre pronti a scatenargli contro una campagna mediatica di inaudita portata, da far impallidire per virulenza la berlusconiana macchina del fango.
Chi decreterà la fine dello stato sociale per colpa della finanza mondiale impazzita, riducendo sul lastrico milioni di persone e quasi per intero il ceto medio, deve avere una chiara investitura popolare che non può che passare per elezioni anticipate.
Nel frattempo, un altro governo di centrodestra a guida Gianni (non Enrico!) Letta o Angelino Alfano deve approvare rapidamente la legge di stabilità, concordare con l'opposizione una nuova legge elettorale e poi, di corsa, mandarci a votare tra il febbraio e il marzo 2012, presentandosi con  il proprio fallimentare bilancio dinanzi al popolo sovrano.
E' la democrazia, bellezza!
Scherzare con il fuoco, dispensando urbi et orbi il messaggio subliminale che la bancarotta finanziaria dell'Italia sia solo questione di giorni o addirittura di ore, denota grave spregiudicatezza politica e assoluta mancanza di senso dello Stato, un pessimo biglietto da visita per chi dovrà farci dimenticare il nefasto ventennio di Silvio Berlusconi.
Anche perché, disgraziatamente, questo riprovevole espediente serve a far digerire agli Italiani una medicina amarissima ma soprattutto letale. 

martedì 8 novembre 2011

Nonostante la caduta del berlusconismo, resteremo a lungo dentro il tunnel

L'approvazione del Rendiconto dello Stato con soli 308 voti alla Camera segna la fine del ventennio di Silvio Berlusconi.
L'opposizione non ha partecipato al voto per non rischiare di mandare a casa insieme al Governo l'Italia stessa, da mesi bersaglio della speculazione internazionale.
Il sistema di potere berlusconiano che ha fatto per tutto questo tempo di Palazzo Grazioli e Villa San Martino il quartier generale della vita pubblica italiana implode sonoramente senza che l'opposizione abbia dovuto muovere un dito o fare un passo in questa direzione.
Infatti, a decretare la fine del sistema berlusconiano sono stati i mercati o meglio gli attacchi speculativi d'Oltreoceano contro l'Euro che hanno trovato nell'Italia il ventre molle dove affondare facilmente i propri colpi.
All'inizio dell'estate, dopo che l'Europa monetaria aveva già dato una pessima prova di sè con la vicenda greca, sballottolata per mesi tra il default ed un salvataggio incompiuto, è partito l'attacco più violento contro i titoli di Stato italiani.
Quella che fino a qualche settimana prima era una situazione finanziaria tutto sommato gestibile con attenzione ma tranquillità, si è rivelata improvvisamente per l'Italia una questione di sopravvivenza, a cui il governo Berlusconi non ha saputo contrapporre nulla di incisivo se non misure di finanza pubblica raffazzonate e confuse, incoerenti e comunque assolutamente insufficienti a fronteggiare la violenza della sfida speculativa.
Al tempo stesso l'Europa si è rivelata priva di una qualsiasi politica economica comune e di istituzioni credibili con il tandem franco-tedesco Merkel Sarkozy assolutamente inadeguato, sia sulla ribalta europea che sul piano interno con una popolarità ai minimi storici.
Ciò che più dispiace e che deve far riflettere tutti gli Italiani è che la caduta del regime berlusconiano non sia avvenuta per opera delle opposizioni o della società civile, nonostante questa si sia rivelata sempre più insofferente ai riti della Casta.
Non è stata causata dalla assoluta inadeguatezza del premier al suo ruolo: non al fatto di aver confuso la sfera pubblica con i suoi interessi privati, non di aver bloccato l'attività di Parlamento e Governo sulle proprie contingenze giudiziarie; non di aver sollecitato, cavalcandoli,  gli istinti bassi della gente contro l'immigrazione e la diversità, mostrando il pugno di ferro contro oppositori interni e contestazioni di piazza.
Né l'inizio delle disgrazie del Cavaliere ha coinciso con l'attacco senza precedenti sferrato al mondo del lavoro, della scuola, del pubblico impiego, dell'università, considerati elettoralmente poco rilevanti e tendenzialmente ostili.
E neppure la possibile rottura è dipesa da una politica economica e fiscale tesa a colpire espressamente gli strati più deboli della società perpetuando le aree di evasione e di impunità fiscale, garantendo sacche di privilegio per gli appartenenti alle mille cricche del paese.  
Men che meno una politica estera talmente contraddittoria e vile da tenere schierata l'Italia su diversi teatri di guerra senza alcun riconoscimento internazionale, in posizione serva dei voleri americani, al solo scopo di vedere protetta la scricchiolante  leadership di Silvio Berlusconi.
Neppure una vita privata chiacchieratissima, al limite del codice penale, ha potuto decretarne la capitolazione, grazie ad un ferreo controllo dei media, come dimostra l'epurazione con tutti i mezzi possibili di Michele Santoro e Marco Travaglio. 
Tutto ciò non è bastato a smuovere più di tanto le coscienze neppure di Oltretevere, come dimostrano le recenti ma tardive prese di distanza del cardinale Bagnasco. 
Insomma la caduta di Berlusconi è stata sospinta ma forse addirittura partorita da ambienti internazionali, a dimostrazione di una sovranità nazionale che resta limitata, come ai tempi della guerra fredda.
Probabilmente Silvio Berlusconi paga adesso il conto con l'estero di una comunanza di vedute con la Russia di Putin, assolutamente indigesta e strategicamente oltraggiosa per gli ambienti filoatlantici, e in precedenza la sua 'amicizia' con Gheddafi nonostante sia poi stato costretto a partecipare persino alla sua eliminazione fisica.
Ecco perché, nonostante la sua caduta sia un atto dovuto e atteso da tempo, oggi c'è ben poco da festeggiare.
Il rischio è che l'8 novembre 2011, un po' come il 25 luglio del '43, ci lasci ancora a lungo bloccati dentro il tunnel.

martedì 1 novembre 2011

E' suonata l'ultima campanella per il governo Berlusconi

I sondaggi come dice Berlusconi hanno sempre ragione.
Se vogliamo sapere quale sia l'indice di gradimento a livello internazionale dell'Italia di Silvio Berlusconi basta accendere la tv e vedere la china pericolosa che hanno imboccato gli indici di Borsa.
Oggi è stato l'ennesimo tonfo: - 6,80% per l'indice FTSE MIB della Borsa di Milano.
Sarebbe il solito titolo di prima pagina per i quotidiani di domani e per i TG della sera, se non fosse che questa storia dura da troppo tempo, praticamente dall'inizio dell'estate di un 2011 che verrà ricordato come l'annus horribilis della finanza internazionale: dubitiamo che il 2012 possa fare di peggio, nonostante le più fosche previsioni.
E' un crollo globale ma di dimensioni assolutamente straordinarie per l'Italia. Le nostre banche, zeppe di titoli di Stato, vedono le loro quotazioni scivolare nel baratro: oggi Intesa S.Paolo segna -15,80%, Unicredit -12,44%, MontePaschi -10,20%.
Lo spread con i bund tedeschi è volato oltre i 450 punti!
Certamente non è tutta colpa di Berlusconi, anche se l'uomo di Arcore in questi anni ci ha messo del suo per renderci ridicoli e inaffidabili sulla scena mondiale: il direttorio Sarkozy Merkel di questa estate nasce proprio dalla crisi di leadership del nostro governo.
La lettera della BCE di agosto e la lettera d'intenti della settimana scorsa a firma del Cavaliere, per giunta senza l'avallo del suo ministro del Tesoro, la dicono lunga sul vulnus inferto dall'eurocrazia alle istituzioni di casa nostra.
Adesso è inutile piangere sul latte versato: se le istituzioni italiane avessero funzionato, ci saremmo risparmiati l'anno peggiore del berlusconismo, quello che va dalla fiducia del 14 dicembre votata da Scilipoti all' ultima ottenuta con 1 solo voto di maggioranza il 14 ottobre: dieci mesi vissuti pericolosamente, diventando la barzelletta d'europa, mentre la gente qui in Italia è sempre più impaurita, preoccupata per la mancanza di futuro.
Paradossalmente, questo gravissimo stato di cose si è potuto conservare così imbalsamato fino ad oggi, grazie alla totale indifferenza della politica, a dispetto dei suoi ormai intollerabili teatrini.
Grazie ad un'opposizione vergognosa, che in questi anni ha rubato lo stipendio né più né meno dei politici di maggioranza, tanto da presentarsi ora agli elettori senza uno straccio di programma, una sola idea di cambiamento, un'agendina per i primi cento giorni: un vero naufragio prima ancora che politico, intellettuale, culturale e, perché no, morale.
Che Bersani, D'Alema, Fioroni, Veltroni, Montezemolo, Rutelli, insieme ai Cicchitto, Gasparri, La Russa, Santanché, Calderoli, ci debbano traghettare fuori dalle sabbie mobili in cui il PDL e la Lega ci hanno precipitati è un'idea talmente folle da suscitare una risata compulsiva se un attimo prima non facesse tremare i polsi!
Ma a questo punto un governo di salvezza nazionale è l'unica prospettiva politica praticabile, pessima ma obbligata per il Paese: commissariato dal direttorio franco tedesco, il nuovo governo non dovrà fare altro che somministrarci una terapia intensiva, da sala di rianimazione, tutta lacrime e sangue.
Alla faccia della democrazia rappresentativa e della sovranità nazionale!
Ecco cosa ci lascia in eredità la II repubblica, nata dalle ceneri di Tangentopoli e dal sistema maggioritario: un bipolarismo di facciata, un trasversalismo di sostanza, portato avanti da una classe politica senza vergogna e senza competenze, che ha banchettato alle spalle di un Paese ormai allo stremo, senza identità e senso dello Stato. Auguri!

giovedì 7 luglio 2011

Il governo affonda ma, per favore, lasciate stare Veltroni!

L'ennesimo sketch in Consiglio dei Ministri, questa volta con protagonisti Tremonti e Brunetta (ma in quest'occasione ci sentiamo di prendere le parti del ministro del Tesoro!), registra plasticamente la fine di un governo. Non ci vuole molto a diagnosticarlo anche se nessuno ha il coraggio di staccare la spina.
Però è abbastanza paradossale che i giornalisti non trovino di meglio di fiondarsi su Walter Veltroni elemosinandogli  un commento a caldo.
Tutti dovremmo ricordarci che se l'Italia politica versa in queste condizioni penose lo si deve in larga misura all'ex segretario del Pd che, prima, nel gennaio 2008 fece cadere il governo Prodi (a nemmeno due anni di età), poi contribuì alacremente alla inaspettata resurrezione di Silvio Berlusconi, dato per finito solo tre mesi prima, facendo conseguire alla sinistra italiana  il peggiore risultato elettorale della sua storia repubblicana.
Vi ricordate la sua prediletta vocazione maggioritaria del Pd, per scrollarsi di dosso tutti i partiti di sinistra e trattare direttamente con il Cavaliere? Oppure i petulanti interventi in sua difesa perché chi osava criticare Berlusconi finiva ingiustamente per demonizzarlo?
Fortunatamente il fenomeno Veltroni durò poco e di esso il Pd si liberò senza rimpianti anche se con la pesantissima eredità del terribile governo PDL-Lega dell'uomo di Arcore.
Però ogni qualvolta comincia a profilarsi qualcosa di nuovo nell'orizzonte plumbeo della politica italiana, spuntano da tutte le parti selve di microfoni che mendicano, in crisi d'astinenza, il verbo veltroniano.
Così, in un paio di giorni, l'americano de Roma Walter, prima è intervenuto per stroncare sul nascere l'iniziativa referendaria avviata nel suo partito per abrogare la legge elettorale porcata di Calderoli, esaltando l'attuale bipolarismo maggioritario dell'Italia (come 'infatti' dimostrano, dal 1993 in poi, quasi vent'anni di decadenza politica, economica e sociale del nostro paese, in perenne guerra tra bande); e adesso decreta, noblesse oblige, la fine del governo Berlusconi.
Eh sì che lui di cadute di governo se ne intende!

venerdì 24 giugno 2011

Il ricatto del centrodestra alla città di Napoli

Sono due settimane che si attende dal Governo il decreto che permetta il trasferimento dei rifiuti di Napoli fuori regione, già una volta bloccato per l’opposizione partigiana del ministro nordista Calderoli.
Intanto, si stimano in oltre 2.500 le tonnellate di immondizia sparse per strada che rendono, a maggior ragione con l'innalzamento delle temperature di questo inizio estate, veramente irrespirabile l’aria in città.

Il neo sindaco Luigi De Magistris accusa il Governo di inerzia e di fare pilatescamente finta di niente, nonostante il decreto per tamponare l’emergenza sia da giorni invocato da più parti, anche da autorità locali di diverso colore politico: ad esempio dalla Regione Campania con giunta PDL presieduta da Caldoro.

Ciononostante, il governo Berlusconi non interviene, facendo pensare ad una ritorsione messa in atto contro la primavera napoletana che ha fatto uscire dalle urne il nome del sindaco De Magistris, adesso sotto assedio proprio per la sua volontà di rinunciare, una volta che il suo piano rifiuti andrà a regime,  agli inceneritori.
Tuttavia, è evidente che quello del sindaco sia un programma di medio-lungo termine e che, per il momento, non abbia niente a che vedere con l’impellenza di togliere, qui e adesso, l’immondizia dalle strade di Napoli per scongiurare un grave rischio sanitario, tramite un intervento concertato di enti locali e governo nazionale.

Ieri é dovuto intervenire persino il Presidente della Repubblica per richiamare il governo Berlusconi alle sue responsabilità, dopo che i reiterati appelli al varo del decreto erano caduti completamente a vuoto.

Ma a riprova che il disinteresse del governo di centrodestra non sia casuale, può bastare ascoltare attentamente la dichiarazione di stamattina del portavoce del PDL Daniele Capezzone ai microfoni del GR1 che, invece di scusarsi vivamente con i cittadini napoletani per le inadempienze del Governo e correre immediatamente ai ripari, lancia una sorta di ultimatum al sindaco di Napoli:

"Il Governo farà tutto il possibile, davvero. Ora ci sono competenze specifiche del Comune di Napoli. De Magistris deve superare il suo no assurdo al termovalorizzatore: se tutto il mondo fa una cosa, possibile che l’unico intelligente sia De Magistris e invece tutti gli altri in tutto il mondo sbaglino?"

Come a dire: se vuoi che la tua città torni pulita, rinuncia all’idea di fare solo la raccolta differenziata e punta anche tu sugli inceneritori.

Lo vogliamo chiamare un avvertimento?

giovedì 24 giugno 2010

Farlo ministro per evitargli il processo... come ai tempi di Caligola!

In questa Italia da basso impero, sapere che uno dei requisiti per essere promossi a ministro è quello di avere un procedimento giudiziario a carico, forse più che sconcertante è avvilente.
Il neo ministro per l'attuazione del federalismo ha così potuto evitare il processo eccependo, grazie alla legge fatta ad hoc dal governo Berlusconi, il 'legittimo impedimento'. I suoi difensori hanno chiesto la sospensione del processo sulla scalata Antoneveneta - Bpi fino al prossimo ottobre.
Il beneficiato è Aldo Brancher, ma in un altra vicenda giudiziaria è il suo stesso capo, il Cavaliere, a risultare nelle stesse ore legittimamente impedito.
Siamo tornati ai tempi di Caligola... davvero un bel passo avanti! E dire che i leghisti urlavano fino a qualche tempo fa 'Abbasso Roma Ladrona'.
Adesso non hanno nulla da obiettare a che si usi il federalismo come un paio di sci per fare lo slalom tra le proprie grane giudiziarie: W Milano Impedita! è adesso il loro grido di battaglia.

domenica 7 febbraio 2010

La Casta demolisce lo stato sociale a pancia piena

La situazione economica italiana si fa di giorno in giorno più difficile ma la televisione dipinge un quadro tutto sommato rassicurante.
La disoccupazione sfiora ormai il 10%, in giro ci sono solo fabbriche che chiudono, pure il terziario scricchiola sotto i colpi di una recessione che ha inaridito le fonti di reddito per decine di milioni di persone.
Il deficit pubblico è di nuovo fuori controllo, il debito pubblico ha raggiunto il livello più alto di sempre, il 120% del PIL, ovvero 1.800 miliardi di euro: una cifra stratosferica.
Qualcuno si consola pensando che se Atene piange, Sparta non ride: perché la Grecia è a rischio default finanziario, la Spagna si dibatte in grave difficoltà, il Portogallo è alle corde.
Ma subito dopo c'è proprio l’Italia di Berlusconi, che fa finta di niente anche se non naviga in acque tranquille. A peggiorare il quadro, la politica deflazionista del ministro Tremonti che finisce per amplificare il ciclo economico recessivo, ampliando la portata della crisi.

Emblematico è il taglio alla scuola che, spacciato sui media per riforma epocale, mette le mani in tasca agli insegnanti già maltrattati e vilipesi, riducendone migliaia alla canna del gas.
Tutto ciò, senza che sulla stampa se ne faccia il minimo cenno.
Operai, insegnanti e buon parte della classe media vengono inesorabilmente trascinati nell’abisso della disperazione e della miseria, mentre la Casta si occupa a tempo pieno di ben altre faccende.
La fotografia simbolo di questo difficile passaggio è stata scattata di fronte a Montecitorio pochi giorni fa, quando i dipendenti sardi dell’ALCOA, multinazionale dell’alluminio, approdati in continente, protestavano contro la chiusura del loro stabilimento supplicando l’intervento del governo, mentre nel Palazzo la Casta discuteva, imperturbabile, di LEGITTIMO IMPEDIMENTO!
Ma che razza di paese è quello in cui un’oligarchia parassitaria vive alla grande, facendo finta di niente, mentre buona parte della popolazione affronta in solitudine i morsi di una crisi di sistema, di cui non è dato vedere la fine?
Se dal PDL, il partito-azienda del Cavaliere, non ci si può aspettare nulla di buono, fa cadere le braccia l’assoluta insipienza di un Partito Democratico che assiste impassibile alla destrutturazione dello stato sociale, senza muovere un dito.
Dopo aver girato la testa dall’altra parte sui tragici fatti di Rosarno, dove si è passati in poche ore da un vergognoso regime di schiavitù a scellerate azioni di pulizia etnica contro gli immigrati, il PD ciurla nel manico di fronte alla vertenza Fiat, alla vendita di Telecom agli spagnoli, alla decapitazione di scuola e università, all’assoluta mancanza di una politica industriale da parte del governo di centrodestra.
Ma alza la voce per sostenere l’Alta velocità in Val di Susa: ovvero accetta di tagliare i soldi a scuola e università pur di non far mancare risorse per la TAV.

Chissà se tra vent’anni ed un sicuro scempio ambientale, le mozzarelle (come direbbe Beppe Grillo) potranno viaggiare veramente a 300 chilometri all’ora!
Bersani farfuglia senza convinzione anacoluti di cui non è più in grado di spiegare il senso: eppure dovrebbe aver capito la lezione della Puglia, dove la gente ha sbattuto la porta in faccia al satrapo D’Alema, pervicace assertore che la politica sia in fondo un’eterna partita a scacchi.
La vittoria di Niki Vendola alle primarie democratiche dimostra una volta di più che, nonostante la sua intelligenza, Max D'Alema è il politico più perdente che la sinistra italiana possa annoverare da cinquant’anni a questa parte, meritevole di un posto nel consiglio di amministrazione di Mediaset, piuttosto che di un seggio in Parlamento.
Non a caso è stato nominato, subito dopo lo schiaffo pugliese e con i voti determinanti del centrodestra, presidente del comitato di controllo sui servizi segreti: il massimo traguardo per il Rasputin di Gallipoli.
Per chiudere in bellezza, ecco cosa proponeva lo chef quella mattina in Parlamento per il pranzo della nostra Casta, come sappiamo impegnatissima a legiferare sul legittimo impedimento del premier, mentre lì davanti al freddo i manifestanti mettevano sì e no sotto i denti un panino:

Antipasti
Pesce spada in carpaccio sul letto di songino al pepe rosa € 3,32
Seppie stufate al prosecco con polentino al timo € 3,32

Primi del giorno
Tagliolini all’astice con julienne di zucchine € 3,32
Gnoccchetti di patate con gorgonzola e lamelle alle pere € 1,59

Secondi del giorno
Filetti di rombo al forno in crosta di mandorle € 5,20
Straccetti di manzo ai fughi porcini con riduzione all’aceto balsamico € 5,20
Spigolette di Orbetello alla griglia € 5,20
Lombatina di vitello ai ferri € 3,53

*: foto tratta da tg24.sky.it

domenica 23 agosto 2009

Prima ammissione di Veltroni: «Non tutto il male è colpa di Berlusconi»

Un Walter Veltroni in grande spolvero è quello che si affaccia di nuovo alla ribalta della politica italiana.
Pensavamo che fosse caduto in letargo, invece no: era più sveglio che mai, pronto finalmente a dirgliene quattro al capo dello schieramento a lui avverso.
Un Se po’ ffà rinfrancato che, nel giro di poche ore, presenta la sua ultima fatica letteraria, il romanzo Noi; lancia l’ultimatum al governo per lo scioglimento della giunta comunale di Fondi, in provincia di Latina, ergendosi a paladino contro la criminalità.
Dulcis in fundo, dichiara: "La colpa più grave di Berlusconi è quella di non avere migliorato in nulla il paese pur dominandone la politica da 15 anni, ma non credo che con lui scompariranno anche l'egoismo e l'individualismo".
Ormai, tiratosi fuori dall’agone politico, si atteggia a saggio, o meglio a grande vecchio della politica italiana.
Con il piccolo particolare che, a parte il fatto che non ne ha l'età, non mostra nè statura morale né strumenti culturali per cimentarsi nel ruolo di maître à penser, per il quale ci aspetterebbe da lui qualche titolo di merito in più.
In una cosa però ha ragione: è vero, non è tutta colpa di Berlusconi.
Infatti, senza la sua preziosissima opera di fiancheggiamento, l’uomo di Arcore non sarebbe diventato per la terza volta Presidente del Consiglio e non potrebbe governare il nostro paese per almeno altri quattro anni a dispetto di una pessima compagine governativa dove gareggiano solo gli istinti peggiori e una cultura politica da uomini delle caverne.
Illuminanti sono le parole dell'impareggiabile Walter riprese dal Corriere della Sera.it : "Siamo un paese che tende a prendere forti sbandate ideologiche. Si sono trasformati in ideologie persino il berlusconismo e l'antiberlusconismo , e il mio grande dolore - dice - è stato non essere riuscito ad avviare una stagione di collaborazione nell'interesse dell' Italia dopo le elezioni".
Incapace di fare i conti con il proprio fallimento storico, tende ancora la mano a Berlusconi, questa volta implorandogli aiuto …
Nel frattempo si ripropone come romanziere.
Una cosa è certa: Noi, ne resteremo alla larga.

domenica 26 luglio 2009

La legge sulla sicurezza, un'altra legge vergogna

La legge sulla sicurezza che è stata promulgata il 15 luglio dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è l’ulteriore passo in avanti di una democrazia malata, avviata verso la terra di nessuno dei regimi autoritari.
Non ci vuole una laurea in diritto per capire che sotto molti profili questa legge viene a collidere con alcuni principi della nostra carta costituzionale, primo tra tutti quello di uguaglianza.
Perché l’ingresso illegale del singolo straniero viene ipso facto considerato una fattispecie di reato, rendendo la semplice condizione di immigrato come sanzionabile penalmente: ovvero, lo stato di diritto viene fatto a pezzi.
Non si capisce come sia stato possibile per il presidente Napolitano, già promulgatore a tempo di record del famigerato lodo Alfano, scegliere la strada più inusuale ed impervia: quella di promulgare immediatamente la legge per poi disconoscerla a stretto giro di posta con la lettera inviata al premier Berlusconi in cui ne evidenzia ben nove punti di attrito con il nostro ordinamento.
In particolare, a proposito del reato di immigrazione clandestina il Capo dello Stato riconosce che "Allo stato esso apre la strada a effetti difficilmente prevedibili".
Ma un altro punto che risulta dirimente è quello delle ronde per il quale per Napolitano "appare urgente la definizione" di un decreto del Ministro dell’Interno che le disciplini in modo rigoroso.
Alla luce degli scontri verificatisi la notte scorsa a Massa tra ronde di destra e ronde di sinistra si capisce quanto il punto si presentasse da subito cruciale, anche ad una sola sommaria lettura del provvedimento. E quanto grave sia stata la sottovalutazione delle possibili conseguenze.
Lo stesso ex presidente della Consulta Valerio Onida, intervistato da Repubblica (1) , riconosce che "Certo la lettera colpisce per il numero e la qualità delle critiche che avrebbero potuto certamente motivare un rinvio. Mi pare che la scelta sia stata di non utilizzare il proprio potere di rinvio, più che per non ritardare l’entrata in vigore di alcune norme del pacchetto più largamente condivise (dubito che anche quelle contro la mafia rispondano a ragioni di urgenza), per non scontrarsi frontalmente con il governo e la sua maggioranza su un tema ritenuto caldo".
Ed alla giornalista Liana Milella che lo incalza ipotizzando una mossa politica del Colle, Valerio Onida così risponde: "Ognuno può apprezzare come vuole questa scelta, e tuttavia solo il presidente è arbitro del modo in cui intende esercitare la propria funzione di persuasione e di influenza".
Ecco, ci limitiamo ad eccepire che Napolitano ha esercitato, in questo frangente, la sua soggettivissima funzione di persuasione e di influenza in modo deludente.
Perché l’effetto complessivo del suo intervento, promulgazione immediata e invito al governo a riflettere sulle norme appena approvate, è di denunciare inevitabilmente la propria debolezza: come Don Abbondio, un vaso di coccio tra tanti vasi di ferro.
Se anche il Presidente della Repubblica denuncia l’impossibilità di arginare il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, a difesa dei principi generali dell’ordinamento e del sistema penale vigente, in un momento in cui la disapprovazione dell’opinione pubblica internazionale per la condotta pubblica e privata del Cavaliere è generale, non si capisce chi ci possa ancora riuscire.
Ha quindi ragioni da vendere Antonio Di Pietro quando esprime (2) "profondo dolore per la titubanza del presidente nell’affrontare i compiti che la Costituzione gli assegna".
Mentre è assolutamente irriguardosa e brutale la difesa d'ufficio che ne fa il Pd per voce di Anna Finocchiaro che attacca Di Pietro definendone la logica come quella del "tanto peggio tanto meglio".
E’ davvero incredibile che i Democratici siano scesi così in basso: a conferma di un totale stato confusionale in cui si trovano, arriva persino la dichiarazione dello "scaltro" Massimo D’Alema che attacca ciecamente Di Pietro per le critiche a Napolitano, rispolverando, non avendo probabilmente di meglio a disposizione, la solita solfa (ossessivamente ma sterilmente utilizzata anche contro Beppe Grillo) secondo la quale criticare la non-opposizione del Pd rafforza Berlusconi.
Incredibile ma vero, dice proprio così: "Da membro dell'opposizione trovo sinceramente che indirizzare un attacco in modo pretestuoso e anche volgare contro il capo dello Stato è un modo per aiutare il governo, ed il presidente del Consiglio, a sollevarsi dalle proprie responsabilità. Quindi spero che l'onorevole Di Pietro la smetta: vedo che anche nel suo movimento comincia a sorgere qualche dubbio e qualche riserva su questa condotta".
Ecco il vicolo cieco in cui la nomenklatura democratica ci ha infilato: che continua imperterrita a non fare il suo dovere ma se ti azzardi a criticarne la totale inconsistenza vieni denigrato e accusato di stare dalla parte del governo…
Insomma, hanno disconosciuto a rate tutta la loro storia, ma non rinunciano ai vecchi metodi di propaganda: del resto sono o non sono una nomenklatura?
(1) Repubblica 16/07/2009
(2) Repubblica, 18/07/2009

lunedì 13 luglio 2009

La mossa di Grillo manda in tilt la nomenklatura democratica

Fine settimana interessante quello appena concluso per la politica di casa nostra.
Dopo la chiusura del G8 a L’Aquila, aspettavamo impazienti il commento di Eugenio Scalfari a conclusione di una settimana in cui i media hanno fatto a gara a vendere la falsa impressione che quello di Berlusconi è stato un inatteso successo personale.
La famosa tregua invocata dal presidente Napolitano per il G8 è stata non soltanto rispettata fino in fondo ma ha dato il via ad una vera e propria pubblicistica agiografica nei confronti di Silvio Berlusconi che ne esce fuori politicamente rinforzato.
Nessuno si è spinto a parlare di successo politico del G8, dati i risultati assai deludenti, ma ciò non è certo stata colpa del governo italiano.
Anche se non si può neppure dire che l’esito del summit sia stato migliore delle aspettative per merito del Cavaliere; per vari opinionisti, il suo successo riguarderebbe l’aspetto organizzativo dell’evento.
Su questa scia, Eugenio Scalfari ha preparato una sviolinata a Berlusconi a dir poco imbarazzante nel suo editoriale di ieri, intitolato non a caso "Il meritato successo di un abile anfitrione":
"Berlusconi ha avuto successo, ha ricevuto complimenti da tutti, ha evitato con abilità i guai che incombevano sul suo capo e di questo gli va dato atto. Per che cosa è stato complimentato? Per il suo ruolo, magistralmente ricoperto, di padrone di casa. Se lo è meritato. E’ un compito che sa gestire molto bene come dimostrò nell’analogo meeting di Pratica di Mare: alloggiamento perfetto, cibo eccellente, sicurezza garantita, intrattenimento rilassante".
Forse Scalfari si dimentica che i complimenti al padrone di casa da parte degli ospiti sono di prassi e quanto al presunto successo organizzativo, magari sottovaluta la possibilità che un paese moderno come l’Italia possieda uomini e know how necessari per organizzare decentemente una riunione internazionale, sia pure al massimo livello.
Per bocciare Berlusconi, il padre di Repubblica forse si aspettava che il presidente Obama fosse rimasto senza alloggio o che il pesce, alla tavola dei Grandi, non fosse fresco… Ridicolo!
Da un giornalista di lungo corso come lui, pronto a rinfacciare ossessivamente, per settimane, al Cavaliere le bugie pietose del caso Noemi, ci si aspetterebbe maggiore acutezza: non un improvvisato e maleodorante mix di provincialismo e dabbenaggine piccolo borghese.

L’altra grande novità del momento è la discesa in campo di Beppe Grillo per le primarie del PD: vero coup de théâtre, ha sorpreso tutti persino gran parte dei suoi sostenitori.
Noi di Pausilypon non vogliamo giudicare a priori questa scelta che sparigliando i vecchi giochi politici ha sicuramente il pregio di creare qualche grattacapo ai farisei.
Sta di fatto che doversela vedere con gente come Fassino, Veltroni, D’Alema, Bersani è da stomaci forti; ma sappiamo che Beppe Grillo ama le sfide difficili.
Per capire quanto la nomenklatura non sia disposta ad arretrare neppure di un millimetro dalla lucrosa rendita di posizione in cui vive da anni, in assoluta inerzia, e di quanto poco sia interessata ad un reale dibattito democratico all’interno del PD, può bastare la prima nervosa reazione dei vertici all’annuncio di Beppe Grillo.
Citiamo per tutti l’intervento, tra lo stralunato e l’arrogante, del povero Piero Fassino:
"Penso che quella di Grillo sia una boutade, la interpreto come una delle tante provocazioni a cui ci ha abituato un uomo di spettacolo" e ancora: "Un partito non è un taxi sul quale si sale e si scende, è una cosa seria. Il partito con un congresso deve prendere scelte impegnative. Le cose devono essere chiare, ci si iscrive a un partito e ci si candida a guidarlo quando se ne condividono gli obiettivi. Grillo invece ha manifestato ostilità nei confronti del Pd e dei suoi dirigenti. Nessuno è preoccupato della candidatura di Grillo. Ma ci sono delle regole, c'è una fase congressuale alla quale partecipano gli iscritti, poi la seconda fase prevede le primarie".
Se un dirigente del partito democratico parla come l’Azzeccagarbugli di manzoniana memoria tradendo la grave preoccupazione per una candidatura che, in un partito battezzato democratico, dovrebbe essere un atto dovuto vista l’importanza assunta nella società civile dai grillini e per la certezza di arricchire il dibattito congressuale con idee nuove e autenticamente popolari, vuol dire proprio che siamo arrivati al punto di dover scacciare i mercanti dal tempio.
E’ chiaro che persone che vivono nei privilegi, con appannaggi mensili di decine di migliaia di euro passando il tempo tra dichiarazioni ai giornali, occasioni mondane, votazioni in parlamento su indicazione dei capigruppo, talk show vari, oppure scrivendo libri o articoli di dubbio valore per scaricare sugli altri la propria invincibile noia, con il plusvalore di non dovere rendere conto a nessuno del proprio operato, men che meno al proprio elettorato (che li ha dovuti eleggere per forza, stante la legge elettorale porcata), il fenomeno Beppe Grillo è come fumo negli occhi.
In questo senso, pur restando perplessi per una scelta che non ci convince fino in fondo, speriamo che il suo sacrificio politico possa almeno servire a mandare a casa una classe dirigente che non ha più nulla da proporre alla propria base, se non reiterare la propria sfrenata ambizione.
Ma già come provocazione, a giudicare dalle prime reazioni dentro il PD, la mossa di Grillo ha colpito nel segno, mostrando a tutti, il volto arcigno della nomenklatura.

lunedì 6 luglio 2009

Quando l'opinione pubblica viene spedita in vacanza...

Alla vigilia del G8 dell’Aquila, la politica italiana segna forse il minimo storico di credibilità e di decenza. E’ la dimostrazione che non sono le alchimie costituzionali che possono rimettere in piedi una rappresentanza politica che è ormai priva di qualsiasi prestigio e di ascendente sugli elettori: la Seconda Repubblica, quella nata sulle ceneri di Tangentopoli con la riforma elettorale maggioritaria, sprofonda negli inferi del discredito ormai a tutti i livelli.
La leadership berlusconiana è allo sbando: uno stillicidio di scandali e scandaletti ne mina ormai quotidianamente la capacità politica. Non è più il processo Mills, né le mille inchieste della magistratura che hanno visto coinvolti a più riprese Berlusconi e la sua corte: in una condizione di continua difficoltà, asserragliato in difesa contro tutto e tutti, un presidente del consiglio non può durare a lungo, non fosse altro perché non è più in grado di svolgere quel ruolo di iniziativa politica che ne rappresenta la principale prerogativa.
Se il gioco politico è condotto da altri, l’azione di governo è condannata alla paralisi.
Ma se la stella berlusconiana non si è ancora inabissata molto lo si deve proprio alla mancanza di una vera opposizione, con la sola eccezione in parlamento di Di Pietro.
Non basta l’animosità di Franceschini a vivacizzare un Partito democratico del tutto spento. Sfogliando i giornali dopo le amministrative e le europee, noteremo che all’interno di questo partito si litiga furiosamente tra la nomenklatura senza, però, che si sia avviata un benché minima riflessione politica sul disastroso risultato elettorale.
Né le critiche a Berlusconi hanno superato mai il piano personale per investire il suo governo.
Eppure i Fassino, Veltroni, Rutelli, D’Alema ne avrebbero di tempo libero per meditare sui propri errori e giungere alla conclusione che un generale ripensamento di linea politica andrebbe fatto.
No, sono tutti convinti di stare nel giusto, di essere dei cavalli vincenti, di essere a posto con la propria coscienza, anzi di essere il nuovo che avanza.
Neppure sfiorati dal dubbio di aver rinnegato reiteratamente quegli ideali di giustizia sociale, di lotta ai monopoli, di sviluppo economico sostenibile, di redistribuzione del reddito, di difesa del lavoro, di rafforzamento della res publica.
Al contrario, proprio loro sono stati i fautori delle privatizzazioni ad ogni costo; hanno permesso che un’azienda di rilevanza strategica come la Telecom fosse spolpata impunemente da capitani coraggiosi e bucanieri.
Hanno garantito sin dal 1994 che le tre televisioni berlusconiane non sarebbero state toccate, come dichiarò solennemente in parlamento Luciano Violante. Hanno tifato insieme ai loro avversari politici per le scalate bancarie illecite di due estati fa. Hanno favorito l’esasperata flessibilità del mondo del lavoro… hanno ignorato il conflitto d’interesse, salvo sollevarlo in modo propagandistico nei talk show televisivi… il cahier de doléances sarebbe lunghissimo!
Eppure si ripropongono, imperturbabili, come avversari di Silvio Berlusconi.
Di certo non della sua politica, di cui hanno rappresentato in più occasioni una preziosa stampella.
Tant’è vero che il dibattito precongressuale nel partito democratico si svolge litigando sulle persone, non confrontandosi minimamente sui programmi.
Quali? Vattelapesca!
Persino l’ipersconfitto Veltroni (non si conosce politico italiano che abbia saputo collezionare più insuccessi in così poco tempo) si sente autorizzato a rilanciare il proprio sottovuoto ideologico caldeggiando la candidatura di Franceschini (nolente o volente, inguaiandolo!).
Siamo tutti stanchi di fingere di appassionarci a questo miserevole spettacolo.
Ma la casta può restare tranquilla: infatti, con il mese di giugno, l’informazione politica nei palinsesti televisivi è sparita: l’opinione pubblica è stata dai vertici RAI mandata forzatamente in vacanza.
Può succedere di tutto, ma non ne verremmo informati, a parte le poche criptiche segnalazioni del TG3.
Cascasse il governo, per il TG1 di Augusto Minzolini, si tratterebbe solo di gossip.

domenica 29 marzo 2009

Il Partito che non c'è, l'ennesima trovata berlusconiana

Malgrado i fuochi fatui del congresso di fondazione del PDL, tutti debitamente sponsorizzati dal padre padrone Silvio Berlusconi, il panorama politico italiano resta plumbeo.
Alleanza Nazionale si è sciolta nel partito di plastica Forza Italia, dimostrando che è priva di un vero collante ideologico che non sia la mera aspirazione piccolo borghese a stare sempre e comunque dalla parte del potere, soprattutto se esercitato in forme sbrigative e minacciose.
E’ nato il Partito che non c’è, che continua a non esistere, di cui si parla però ossessivamente a causa del persistere, come ha detto ai microfoni di Report il prof. EdoardoFleischner, di un monopolio privato di un’istituzione: il sistema dei media.
In campo avverso, il Partito democratico continua ad annaspare, difettando anch’esso dalla nascita di una qualche prospettiva ideale: senza un congresso ricostituente, il reggente Dario Franceschini si affida ad alcune mosse tattiche per mettere in difficoltà il premier ma, evidentemente, non può fare più di tanto.
Sempre meglio di Veltroni, tant’è che è risalito leggermente nei sondaggi, a dimostrazione che di fronte allo zero assoluto, anche un vecchio boyscout si dimostra un gigante.
A proposito, Walter Veltroni è completamente uscito di scena, dimenticato da tutti nel giro di poche settimane. Adesso ci aspettavamo di trovarlo in Africa a combattere l’AIDS, la malaria o la fame, il suo sogno nel cassetto, di cui in più di un’occasione si è vantato. Errore! Il cassetto resta chiuso: è stato visto di recente tra i vip di uno dei tanti eventi mondani della Capitale… forse ha perso la chiave!
La stampa quotidiana dorme sonni profondissimi: in calo verticale nelle vendite e nella raccolta pubblicitaria, fa di tutto per non disturbare il manovratore; il quale magari, preso per le buone, potrebbe finire pure per sganciare qualche soldo pubblico per non farla affondare.
Ecco perché si è trasformata all’unisono nell’Eco di Arcore. Complimenti!
In televisione, lotta titanica per Riccardo Iacona con Presa Diretta e Milena Gabanelli con Report di fronte alla resa generale dei media alla pax berlusconiana: sono gli unici giornalisti in grado di farci vedere e capire il mondo che ci circonda.
Così, dai tagli alla ricerca al problema degli immigrati, dalla manna pubblica sul comune di Catania alla genesi del monopolio mediatico di Silvio Berlusconi, abbiamo tratto la convinzione che l’informazione quotidiana che ci viene propinata dalle reti del duopolio faccia veramente schifo.
Milena Gabanelli, nella puntata di domenica scorsa, ha dimostrato scientificamente come il potere berlusconiano in campo televisivo sia da tempo al di sopra della legge, indifferente alle sentenze della Corte Costituzionale o della Corte di giustizia europea; e che quelli che oggi indossano la casacca del Partito democratico sono tra i maggiori responsabili di questo stato di cose.
Memorabile fu l’intervento di Luciano Violante alla Camera nel 2003 che dichiarò espressamente l’assoluta connivenza sin dal 1994 degli ex comunisti alle pretese del Cavaliere, alludendo ad una sorta di accordo, tanto segreto quanto inconfessabile, che garantì l’intangibilità delle televisioni berlusconiane.
Di fronte al naufragio morale prima che politico del centrosinistra, che dura ormai da almeno quindici anni, è chiaro che chiunque si fosse trovato al posto di Berlusconi avrebbe finito per diventare suo malgrado il mattatore della politica italiana.
Un’ultima osservazione: la politica economica del governo del PDL si sta rivelando di giorno in giorno sempre più disastrosa.
La crisi economica affonda nelle tasche degli Italiani e questi dilettanti al governo se ne vengono fuori tagliando la spesa in settori strategici come scuola, ricerca e università, dopo aver lasciato a secco le pantere della polizia: tagli impressionanti, per decine di migliaia di posti di lavoro in un contesto occupazionale già gravissimo.
Non solo, propongono il cosiddetto Piano casa, quanto di più improbabile e devastante si possa concepire in campo edilizio, un provvedimento che rappresenta un condono a 360 gradi a cui pure le regioni guidate dal centrodestra sembra si siano ribellate. Una sorta di laissez faire del mattone, i cui preoccupanti contorni restano fortunatamente per ora circoscritti alla fervida mente del Cavaliere.
Sta di fatto che tale misura viene sbandierata da Tremonti & c. come il principale stimolo per far ripartire l’economia: nulla di più lontano della realtà.
Non bisogna essere dei Nobel per capire che il rilancio italiano passa per i mercati internazionali, attraverso l’innovazione di prodotto e di processo che rivitalizzi la domanda estera; non dal mercato interno, per giunta attraverso lavoretti di edilizia privata affidati spesso a manovalanza irregolare, giusto per tacitare i palazzinari e qualcun altro che vuole chiudere il balcone o farsi il box auto con poca spesa.
Solo un’informazione deviata potrebbe accreditare come efficace un’idea così stravagante e velleitaria: ma leggendo i quotidiani, quasi tutti si sbilanciano in elogi sperticati alla grande trovata berlusconiana, l'ennesimo coniglio dal cilindro.
Purtroppo di trovata in trovata, di battuta in battuta, l'economia italiana si trascina sull’orlo di un baratro.
Non contenti, i due vuoti politici a perdere, PDL e PD, continuano a scherzare pure sul federalismo!
Durante la votazione alla Camera, il Partito democratico si è astenuto ancora una volta: in un sistema bipolare, per l’opposizione lasciar passare senza fare una piega un provvedimento del genere, che si preannuncia come l’ennesimo buco nero in campo costituzionale, è mostruosamente kafkiano
Ma quando ci libereremo finalmente di questo incubo?

giovedì 5 marzo 2009

La crisi economica ha ingranato la quarta

La crisi accelera. Come risulta evidente da mille indicatori (basta dare una scorsa al listino di Piazza Affari da inizio settimana, per giunta dopo mesi di passione) si sta delineando un panorama economico sempre più terribile.
Che questo sia un cataclisma destinato a lasciare un segno indelebile sul sistema economico internazionale lo dimostra il fatto che soltanto quindici giorni fa la situazione era sicuramente migliore e decisamente più gestibile.
In questo stato di cose, tra tutti i governi del G8 spicca quello italiano che appare assolutamente in ritardo sui tempi: sembra che tale tempesta non solo lo abbia colto completamente alla sprovvista (nonostante il ministro Tremonti si voglia prendere sulla ribalta mediatica il merito di averla prevista prima di altri) ma l’abbia del tutto paralizzato.
Non si ricorda infatti un esecutivo che, in situazioni ben migliori, si sia dato meno da fare di quello capitanato dal grande imprenditore Silvio Berlusconi.
Ma come, ci aveva promesso miracoli ed invece non riesce a combinare praticamente nulla di buono!
La social card e il bonus famiglie a questo punto fanno ridere i polli...
C’è qualcosa che non quadra: la nave italica è squassata da un uragano devastante ma, a dispetto di ciò, a Palazzo Chigi non tira un alito di vento.
Che l’anticiclone abbia scelto la residenza berlusconiana come suo occhio e lasci lo Stivale affondare nella depressione?
Oppure la lotta ai fannulloni sarebbe dovuta partire da Palazzo Chigi?
Ministro Brunetta, se ci sei batti un colpo!

giovedì 15 gennaio 2009

Un governo senza opposizione: il frutto avvelenato del bipolarismo all'italiana

Nel salotto televisivo di Ballarò, dove sfila la politica prêt à porter, per intenderci quella che dopo due ore di trasmissione regala al telespettatore solo sbadigli grazie ad un paludoso chiacchiericcio in cui affondano tutti, in primis i temi della puntata, martedì sera era di scena il leader del Partito democratico, Walter Veltroni.
Sparita la surreale spocchia di qualche mese fa, quando si inorgogliva elencando le sconfitte patite come fossero sue grandi invenzioni, sembrava un cane bastonato: con la solita litania del 25 ottobre ha rivendicato con scarsa convinzione il grande successo dell’adunata del Circo Massimo ma, è stato subito chiaro che, oltre all’entusiasmo, era a corto di argomenti per giustificare una leadership ormai giunta al capolinea.
Il simpatico Maurizio Crozza, nella sua arguta copertina, è riuscito a rinfacciargli in poche battute quello che nessuno tra gli intervenuti ha saputo fare.
Lo stesso pacatissimo Ferruccio De Bortoli (con tutt’altra nonchalance rispetto alla furia esibita nello stesso salotto nell’autunno 2007 allorché incalzava minaccioso l’ex presidente della Camera Fausto Bertinotti), pur orchestrandogli a lungo una sviolinata quasi imbarazzante, dall’alto del suo atteggiamento protettivo, è stato comunque costretto a rivelargli, udite udite, che in Italia sembra non esserci un’opposizione.
Ma invece di andare a parare su problemi concreti, quelli quotidiani degli Italiani, la trasmissione si è andata inopinatamente ad infilare nel vicolo cieco delle alleanze del Pd, in particolare quella con l’Italia dei Valori di Antonio di Pietro.
Sul punto, tutti a fargli notare che quell’accordo elettorale è stato un grave errore, quasi Di Pietro, che della questione morale ha fatto una bandiera, fosse divenuto all'improvviso una cattiva compagnia.
Forse perché, di fronte ai tanti scandali che hanno visto coinvolti amministratori del Pd, parlare di questione morale a Veltroni è un po' come parlare di corda in casa dell’impiccato.
Sul punto, non a caso si è difeso dai rilievi del direttore di Panorama Belpietro, affermando che il Pd è meno peggio del Pdl: bella prova di orgoglio!
Purtroppo, il quadro politico italiano resta disperante: con un governo veramente modesto che, al massimo, sa gridare all’untore nei confronti degli immigrati ma, normalmente, non sa veramente dove sbattere la testa.
Diciamolo chiaramente: dopo sette messi di legislatura, la svolta economica del grande imprenditore si è rivelata un grande bluff.
La vicenda Cai – Alitalia oltre il danno (6 miliardi di euro??) aggiunge la beffa perché non salva neppure l’italianità della compagnia, ormai nell’orbita di Air France come titolano trionfalisticamente i giornali transalpini; è stata un ottimo affare solo per Colanino & c., finanziato obtorto collo dai contribuenti italiani.
La social card si è rivelata un mezzo boomerang per il grande creativo Giulio Tremonti e per i tanti malcapitati (sembra 200mila!) che si sono ritrovati alla cassa del supermercato dovendo lasciare lì i generi alimentari riposti nel carrello perché la tessera, nonostante tutti i requisiti di legge, non è mai stata caricata: neppure di quella miseria!
La crisi delle imprese si aggrava di giorno in giorno; l’occupazione crolla, gli stipendi non bastano più a coprire spesso neanche metà mese: ce n’è abbastanza per dipingere un quadro economico estremamente grave con un governo del tutto incapace di fronteggiarlo.
Sulla politica estera, poi, è meglio stendere un velo pietoso: il sostegno alla scelta del governo israeliano di bombardare Gaza è stato così cieco ed incondizionato da parte del ministro Frattini e di tutto il centrodestra che abbiamo dilapidato in poche settimane un inestimabile patrimonio di credibilità, frutto di un costante e attento lavoro diplomatico di oltre quarant’anni, che ci rendeva interlocutori privilegiati nel conflitto arabo-israeliano.
In un paese normale, a questo punto, l’opposizione alzerebbe la voce; in Italia, no, con un’oligarchia dentro il Partito democratico che pretende di capeggiare il grande malcontento popolare ma che, concretamente, è silenziosa e complice.
E’ questo il cosiddetto bipolarismo italiano, quello tanto vagheggiato da Walter Veltroni che, pur di realizzarlo a tambur battente, non ha esitato un attimo a sacrificare l’innovativa esperienza di governo di Romano Prodi.
L’unica cosa che ci ha regalato il bipolarismo Pd - Pdl è un frutto avvelenato: Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi che minaccia di fare scempio della Costituzione e del principio di divisione dei poteri ed un’opposizione penosamente in disarmo, che non si dà una mossa perché i suoi oligarchi sono convinti di restare conunque a galla.
Si può stare peggio di così?

mercoledì 31 dicembre 2008

La questione morale e l'inciucio di fatto

Il 2008 si conclude nella maniera più improbabile possibile: è il leader del Pd che adesso ha in mano il bandolo della matassa, ovvero la questione morale.
Deve stabilire lui se il Pd la ripudia ormai pubblicamente oppure se ne fa in qualche modo carico.
La scelta non è facile perché si tratta di dare il benservito ai tanti capibastone che al centro come in periferia propendono per una soluzione morbida: cioè, gattopardescamente, condannare il malaffare ma anche difendersi sul territorio dalle iniziative della magistratura bollate come debordanti.
Il risultato è come al solito un grande pasticcio che finisce per compromettere in modo definitivo l’immagine del partito che si pensava diverso almeno sotto il profilo della moralità pubblica.
Così non è anche perché Walter Veltroni non ha la forza per prendere una decisione né in un senso né in un altro.
E intanto resta in sella al Pd, unico suo punto di forza, proprio in ragione del fatto che garantisce lo status quo, salvo la licenza che gli è stata concessa di sparare genericamente a zero contro i collusi e i corrotti per poi dover prendersela a brutto muso con i magistrati che indagano sugli amministratori del Pd.
Avesse letto con attenzione l’ordinanza di scarcerazione del sindaco di Pescara si sarebbe reso conto che da parte della magistratura abruzzese non c’è stato alcun dietrofront e l’impianto accusatorio resta in piedi, anche se sono venute meno le ragioni degli arresti domiciliari ovvero il pericolo di inquinamento delle prove.
Vedere nel programma di Lucia Annunziata su Rai Tre In mezz'ora , Luciano Violante resistere come un azzeccagarbugli alle rimostranze di Paolo Flores D’Arcais sull’opacità del Pd in tema di giustizia, ripetendo fino allo sbadiglio che il tutto è causato da un problema di organizzazione interna al partito, ha letteralmente fatto cascare le braccia.
Se la stessa esistenza o sopravvivenza del Pd debba comportare tanta mangiata di polvere, francamente sarebbe meglio lasciar stare ed abbandonare subito un progetto così asfittico.
Anche perché tenere così a lungo sulla graticola l’opposizione proprio sulla malapolitica, tema che tradizionalmente ha fatto da spartiacque tra destra e sinistra, significa firmare una cambiale in bianco nei confronti del premier Berlusconi che può tranquillamente continuare a fare ciò che più gli aggrada da Palazzo Chigi senza subire gli attacchi dell’opposizione, in vergognosa ritirata.
E’ l’inciucio di fatto, senza bisogno di scomodare i politologi su una presunta apertura tra Pdl e Pd: in questo modo non c’è bisogno di alcun avvicinamento di posizioni, di nessun vertice tra Veltroni e Berlusconi!
Basta che il Partito democratico continui a languire nelle sue contraddizioni interne con il suo vertice in naftalina che, al più, è lasciato libero di organizzare una jam session tra le diverse anime del partito…
Quale migliore auspicio per il 2009 del governo di centrodestra?

mercoledì 3 dicembre 2008

Aspettando il prossimo chiarimento dentro il Pd

Ennesima figuraccia della politica nostrana.
Un’altra settimana è trascorsa all’insegna di una crisi economica senza precedenti ma la casta si azzuffa ancora una volta sulla televisione.
Questa volta è il turno di Sky, la pay tv del miliardario australiano Rupert Murdoch. Sembra impossibile che l’opposizione capeggiata da Veltroni non trovi nulla di meglio che gridare allo scandalo per l’ennesimo conflitto di interessi in cui è incappato il Cavaliere; a questo punto, verrebbe da dire, suo malgrado.
I fatti sono noti: l’innalzamento dell’Iva sul canone della pay tv dal 10% (aliquota agevolata) all’aliquota ordinaria del 20% è per certi versi un atto dovuto.
Il senso di un’agevolazione del genere è riconducibile ai tempi dell’avvio di una nuova tecnologia digitale su satellite che, a metà degli anni novanta, poteva considerarsi talmente innovativa e pionieristica che meritava sicuramente un occhio di riguardo da parte del fisco per far decollare il settore.
Oggi non è più così: Sky non può più essere considerata un’azienda start up, vantando quasi 5 milioni di abbonati!
Non si capisce perché bisogna pagare l’iva al 20% su un’infinità di prodotti anche di prima necessità e si debba continuare a pagare i canoni della pay tv con l’imposta al 10%.
In un paese normale, un’opposizione con un minimo di sale nella zucca, non si straccerebbe le vesti al limite dell'isteria di fronte ad un provvedimento che, potrà pure essere giudicato inopportuno (tanto più perché varato da un governo diretto da un magnate della televisione), ma non appare particolarmente disdicevole né iniquo; al contrario, oggi veniamo a sapere da un portavoce che era negli auspici della Commissione europea.
Che poi si rinvanghi la solfa del conflitto di interessi, la questione è diventata puro esercizio retorico: c’è la sensazione che venga periodicamente sollevata da Veltroni & c. soltanto per dire qualcosa di sinistra, senza però nessuna convinzione.
Diciamolo chiaramente: qualsiasi provvedimento economico che il governo di centrodestra ha già preso o prenderà in futuro è sempre sotto conflitto di interessi.
In quale settore di attività economica l’impero berlusconiano non è arrivato in forze? Stentiamo a trovarne uno.
Per cui sollevare sterilmente la questione, senza aver mai compiuto in passato alcun passo per una legge che lo risolva in qualche modo, diventa uno spettacolo miserevole e meschino.
Com’è possibile che il sacro furore del conflitto d’interessi non sia stato rivolto quest’estate contro la legge sulle alte cariche? Lì, oltre la palese violazione costituzionale, proprio il conflitto di interessi si stagliava enorme come un grattacielo... Ma Veltroni ebbe a dire che il lodo Alfano non era incostituzionale!
Questa opposizione ha dovuto aspettare la questione Sky per dissotterrare l’ascia del conflitto di interessi. Su altri argomenti, molto più scottanti per le tasche degli Italiani, resta afasica come sempre.
Ad esempio, come mai nessuno ha eccepito nulla sul fatto che il governo ha deciso di congelare al 4% le rate dei mutui prima casa a tasso variabile lasciando quelli a tasso fisso al 6-7 anche 8%? Forse che in tempi di recessione le ragioni di chi ha deciso tempo addietro di cautelarsi con il tasso fisso per evitare successivi rialzi dei tassi di mercato valgono di meno di quelle di chi, optando per il tasso variabile, ha scelto il minor costo immediato (i mutui a tasso variabile scontavano alla stipula un tasso di interesse anche di due punti più basso del corrispondente mutuo a tasso fisso) accollandosi esplicitamente il rischio di futuri aumenti delle rate?
Ma dalla cosiddetta opposizione su questo problema che coinvolge milioni di famiglie non è venuta una sola parola.
Così come sulla cosiddetta social card, che è uno strumento di sostegno ai consumi estremamente modesto sia per importo che per platea di destinatari, dall’opposizione le riserve sono state poche e avanzate senza animosità.
Su un altro versante dell’economia, la Telecom taglia migliaia di posti di lavoro e nessuno eccepisce nulla.
Insomma, stiamo assistendo da troppo tempo al brutto spettacolo di un’opposizione che gioca di rimessa attendendo il governo in difesa per fargli gol in contropiede.
Ma una tattica del genere ha un senso se la squadra che la pratica ha un vantaggio anche solo psicologico sull’avversario, non se sta perdendo alla grande!
Da un’opposizione minimamente decente ci si aspetterebbe un piano dei cento giorni per la crisi economica inquadrato in un progetto politico di più ampio respiro che getti le fondamenta di un ciclo economico virtuoso, basato su incentivi all’innovazione tecnologica a zero impatto ambientale.
Invece ci ritroviamo un Partito democratico che non sa neppure decidere se, a sei mesi dalle Europee, si schiererà al Parlamento europeo con il gruppo socialista o con quello democristiano!!
Capiamo adesso perché l’uomo di Arcore può fare e disfare tutto quello che gli passa per la testa.
Se il futuro dei Democratici passa per l’avvicendamento nel giugno 2009 tra Walter Veltroni e Massimo D’Alema mentre il partito resta fino a quella data ingessato, in attesa dell'ennesimo chiarimento definitivo che non arriva mai, è chiaro che il governo Berlusconi, nonostante tutto, può continuare a dormire sonni tranquilli.

giovedì 30 ottobre 2008

Da una debole democrazia all'abisso, in nove mesi netti!

Il 25 ottobre è passato da un pezzo ma gli eventi della settimana hanno presto fatto dimenticare il rito che si è consumato stancamente al Circo Massimo.
Il raduno organizzato da Veltroni e suggellato dal suo inutile discorso ha confermato in pieno le previsioni della vigilia.
I motori della potente macchina organizzativa del partito democratico si sono accesi per dargli modo di verificare se nella cabina di pilotaggio i comandi fossero ancora efficienti, una sorta di collaudo voluto dal leader per tastare il polso del partito.
In questo senso, al di là delle dichiarazioni del sindaco di Venezia Massimo Cacciari che ha colto l’ennesima facile occasione per sbeffeggiarlo pubblicamente, la manifestazione ha espresso alcuni verdetti: nolenti o volenti, i democratici confermano Walter Veltroni come guida del partito ma chiaramente la sua resta un leadership a sovranità limitata.
Solo Repubblica è riuscita a dare dell’evento di sabato pomeriggio una rappresentazione surreale al limite della propaganda: l’articolo di Scalfari del giorno successivo è costruito come un gigantesco spot pro Veltroni.
Anche se il fondatore del quotidiano romano non può però non prendere in qualche modo le distanze dai numeri sbandierati: "... Gli organizzatori sono molto prudenti nel valutare la consistenza numerica di quella marea di folla in movimento ma ora azzardano una stima di due milioni. Alla fine arriveranno a due milioni e mezzo valutando non tanto la capienza del Circo Massimo e delle alture che gli stanno intorno quanto le strade adiacenti interamente occupate. Chi segue le dirette televisive ed ha sotto gli occhi la visione panoramica complessiva capisce che quella stima è molto vicina alla realtà."
Il semplice fatto che per valutare l’efficacia dell’evento, lo stesso suo ideatore Walter Veltroni sia costretto a sparare cifre ridicole, è la conferma che, mancando una chiara piattaforma rivendicativa, il suo unico obiettivo era quello di chiamare gente in piazza a fare numero.
Pertanto a sostegno di una manifestazione indetta tre mesi prima non si sa bene esattamente per che cosa (lo slogan Salva l'Italia! sembra satirico...) c’era la necessità, per non limitarsi al classico buco nell’acqua, di gonfiarne la consistenza numerica: se la questura ritocca drasticamente le dimensioni a duecentomila partecipanti, è altamente probabile che comunque ad ascoltare Veltroni non fossero più di cinquecentomila.
Comunque un bel numero, non c’è che dire, ma sparare cifre assurde non migliora l’umore di una protesta sociale che non trova più nel partito democratico il principale punto di riferimento: senza l’Italia dei Valori che prosegue con grande successo la raccolta di firme contro il cosiddetto lodo Alfano, i numeri della giornata sarebbero stati ben più miseri.
E’ così vero che, dopo averne avuta la riprova dai sondaggi, Veltroni è stato costretto nel giro di pochi giorni a rimangiarsi la rottura con Di Pietro, così spocchiosamente pronunciata nello studio di Fabio Fazio.
Proprio Repubblica ha mostrato, numeri alla mano, che i suoi elettori non capiscono affatto come sia possibile allearsi con il partito di Totò Cuffaro piuttosto che con quello di colui a cui va dato il merito sedici anni fa, con i suoi illustri colleghi magistrati del pool di Milano, di aver scoperchiato Tangentopoli.
La svolta di Veltroni, finalmente in campo anche contro la legge Gelmini, che taglia addirittura 8 miliardi di euro alla scuola pubblica (una cifra enorme!), minacciando la via referendaria per abrogarla appare però tardiva e imbarazzata.
Nel luglio scorso, quando Tremonti fece approvare la famigerata finanziaria da nove minuti e mezzo che prevedeva quei tagli, il governo ombra dove stava? Sotto l’ombrellone?
La verità è che adesso i nodi stanno venendo al pettine: abbiamo un governo estremista che sta mostrando il suo volto più arcigno e reazionario, mentre la società civile è costretta a trovare fuori dal Parlamento nuove forme di espressione per comporre il proprio disagio e manifestare la protesta.
Se poi pensiamo a quello che si è verificato ieri a due passi dal Senato, con un gruppo di black block lasciati dalle forze dell’ordine impunemente infiltrare il pacifico movimento studentesco a cui ha fatto seguito una vile aggressione di stampo squadrista contro ragazzi inermi, dopo le preoccupanti parole pronunciate qualche giorno fa dall’ex presidente Cossiga, si capisce come il nostro Paese stia scivolando a velocità incredibile verso una deriva sudamericana.
Sembra impossibile, ma in pochi mesi per colpa di una destra priva di senso dello Stato e dell’imbelle opposizione di una generazione di cinquantenni vissuti da sempre tra i privilegi di casta, stiamo precipitando fuori dalla democrazia: dal governo Prodi all’abisso, in nove mesi netti.
Complimenti al tandem Veltroni - Berlusconi!

domenica 19 ottobre 2008

Il governo annaspa, l'opposizione affonda...

Settimana importante quella appena trascorsa sia dal punto di vista economico che politico. Il tonfo di mercoledì dei mercati finanziari ha tolto le ultime speranze a quanti speravano di uscire nel giro di qualche mese dalla grave crisi mondiale; al contrario, dal mondo della finanza questa si sposterà inesorabilmente ed in modo duraturo nell’economia reale.
Non è una buona notizia ma era ampiamente prevedibile perché da oltre un anno la finanza internazionale è in subbuglio e, quale importante sensore del mondo produttivo, essa non fa che anticiparne, magari enfatizzandoli, i mutamenti in atto; mai contraddicendoli.
Nel giro di qualche settimana abbiamo scoperto che il modello di sviluppo economico internazionale (la locomotiva Usa traina, gli altri paesi seguono), è venuto meno: da questa crisi uscirà un nuovo modello non più incentrato sugli Stati Uniti.
Già si può iniziare a parlare di multilateralismo anche in campo economico: del resto che l’economia americana non tirasse più era chiaro da tempo, benché i media lo abbiano a lungo tenuto nascosto.
Cattive notizie, dunque, per i veterocapitalisti che ricorrono allo Stato quando si trovano in difficoltà ma lo lo additano a problema quando i loro profitti e le loro rendite si gonfiano a dismisura: ingrati!
L’oligarchia materiale che si fa beffe della democrazia formale già sta pensando come continuare a far credere alle magnifiche sorti del mercato, nonostante i fatti di queste settimane ne siano una secca smentita.
Ma tant’è, fatto digerire il conto salatissimo dei propri errori, gli oligarchi vogliono impunemente continuare ad ammaestrarci: via, quindi, al nuovo totem dello Stato snello.
Questo Stato così pronto a salvare le banche va però ridimensionato, secondo gli oligarchi, quando si tratta di sottrarre all’indigenza milioni di famiglie, in difficoltà nel pagamento delle rate del mutuo e, addirittura, delle bollette di acqua, luce, ecc.
Nei supermercati si registra la contrazione dei consumi anche su generi di prima necessità mentre crollano gli affari dei negozi di quartiere, soppiantati dagli hard discount dove il ceto medio entra ormai anche per riempire i carrelli della spesa settimanale.
Tuttavia, nei provvedimenti del governo Berlusconi non c’è traccia di interventi a favore delle famiglie: per salvare le banche la linea di credito è aperta a tempo indeterminato e per importi illimitati (tanto per cominciare, 40 miliardi di euro?) attingendo a mani basse dalla finanza pubblica.
Ma per le persone in carne e ossa resta in vigore un documento di programmazione economica messo a punto all’inizio dell’estate da Tremonti che è stato costruito su ipotesi ormai del tutto irrealistiche: crescita del Pil allo 0,5 % (mentre Confindustria adesso prevede un arretramento della stessa misura, ovvero piena recessione), tasso d’inflazione programmata dell’1,7% (viaggiamo adesso a più del doppio, con prospettive pessimistiche per il 2009), con pareggio di bilancio nel 2011 (figuriamoci!).
In altre parole, se le banche, a causa di una cattiva gestione e degli eventi internazionali, vanno in crisi devono essere salvate aprendo a tempo indeterminato il rubinetto del Tesoro ma se gli italiani non arrivano alla fine del mese, magari a causa della rata del mutuo a tasso variabile (tipo di tasso suggerito, se non imposto, a suo tempo proprio dalle banche), che si arrangino pure!
Ecco cos’è un pregiudizio ideologico: salvare le famiglie forse salverebbe le banche e l'economia, evitando la recessione; ma non importa, meglio salvare direttamente le banche ricapitalizzandole, lasciando le famiglie al loro destino.
E’ in fondo proprio la domanda che Michele Santoro, l’altra sera sul parterre di Anno Zero, ha posto ripetutamente ma inutilmente ai suoi ospiti.
Possibile che non ci si renda conto che una politica deflazionista come quella che ha messo in piedi il governo, con pesanti tagli agli organici di scuola, università, pubblico impiego, non solo non servirà a centrare i parametri di Maastricht (letteralmente saltati a causa del piano di salvataggio bancario) ma rischia concretamente di far avvitare ancora di più la crisi su se stessa, facendo precipitare il nostro Paese nella più cupa depressione economica?
Come mai i media non fanno proprio tale inquietante interrogativo né tanto meno lo rilanciano? Purtroppo, si limitano a registrare i timori di una crisi senza precedenti ma non stanno disturbando più di tanto la compagine governativa che, a dispetto dei sondaggi, sembra veramente malmessa: Gelmini, Maroni, Scajola, La Russa, Tremonti, Carfagna, Alfano, Sacconi meritano tutti una netta insufficienza.
La presunta star Brunetta, per porsi come castigamatti e mantenere una sicura visibilità mediatica, solleva spesso inutili polveroni che alimentano conflittualità e che di certo non favoriscono un clima disteso e collaborativo nel pubblico impiego.
Così come appariva fuori registro nei salotti televisivi quando ripeteva ossessivamente alcune parole pur di coprire la voce del malcapitato interlocutore ed impedirgli così di replicare con un minimo di efficacia, il ministro della pubblica amministrazione non si smentisce neppure quando giudica folle il piano europeo contro l’inquinamento elaborato da Bruxelles.
Ancora, un improvvisato ministro della pubblica istruzione, che fa finta di non capire le ragioni della protesta che venerdì ha riempito le tante piazze d’Italia, finisce per dare in questo modo ragione proprio ai suoi detrattori.
Un ministro dell’interno che, invece di solidarizzare pubblicamente con lo scrittore Roberto Saviano per i rischi che sta correndo, non trova di meglio che invidiargli la ribalta mediatica preferendogli chi combatte la criminalità nel silenzio: una gaffe così gratuita ed odiosa che, come al solito, è stato costretto a tornare sui suoi passi, dichiarando di essere stato frainteso (!).
Il cahier de doléances potrebbe continuare a lungo ma preferiamo chiuderlo qui ricordando le incredibili esternazioni del premier Berlusconi che è in grande difficoltà come statista persino quando parla della tempesta borsistica: basti pensare a quando, a mercati finanziari aperti ed in preda al panico, ha paventato l’eventualità di una loro temporanea chiusura.
A salvare la faccia al governo ci pensano tuttavia i telegiornali del duopolio con la loro informazione al cloroformio: l’altro ieri è dovuta intervenire l’Authority delle Comunicazioni, numeri alla mano, per fotografare il disastro di un’informazione che sa parlare solo del Palazzo, ignorando completamente i suoi utenti, gli Italiani.
Ma per fortuna per Berlusconi l’opposizione parlamentare dorme sonni profondi: neanche in grado, come invece ha fatto la bravissima giornalista Milena Gabanelli, di leggere le carte del caso Alitalia. Rivelando, piuttosto, disarmante confusione di idee e mancanza di prospettiva quando ripete ossessivamente la propria disponibilità al dialogo con il Governo senza neppure curarsi di precisare su che cosa, con quali strumenti, con quali obiettivi.
Con il Partito democratico, siamo tornati all’anno zero della politica; ecco come si esprime il suo leader in merito al piano di salvataggio delle banche (la battuta è tratta dall’intervista di Massimo Giannini di domenica corsa su la Repubblica che, nel frangente, gli ha appena servito un assist sull’eventualità che il governo voglia allungare le mani sulle banche con il pretesto della crisi):
"Allarghiamo il discorso. Io credo che la cosa peggiore che si possa fare è rimbalzare dal liberismo allo statalismo. Io resto convinto che una società democratica viva se esiste un libero mercato. In una condizione in cui lo Stato si riservi il suo ruolo, quello di fare le regole e di farle rispettare. Lo Stato non è giocatore, è arbitro. Per questo può anche scendere in campo, per aiutare pro-tempore un’azienda di credito in crisi. Ma non può alterare l’intero campionato. Non mi basta l’intervento del Tesoro con le azioni privilegiate, se poi in assemblea ha diritto di veto sulla governance e sulle scelte strategiche della banca. Io non voglio che il governo gestisca le banche. Non voglio che un ministro, di destra o di centrosinistra, si trasformi in un nuovo Cuccia. La politica che gestisce la finanza l’abbiamo già vissuta: le banche pubbliche, i boiardi, ed è stato un disastro che non dobbiamo ripetere".
Ci sta dicendo che i contribuenti devono metterci i quattrini per salvare le banche ma che essi non hanno diritto a chiedere conto ai manager della loro gestione. Il paragone sportivo è poi completamente sbagliato: se lo Stato, come dice l’impareggiabile Walter, detta solo le regole e le fa rispettare, va da sé che non dovrebbe metterci i soldi, altrimenti che razza di arbitro è?
Che poi la politica oggi non stia dentro le banche, come il leader democratico fa credere, non è neppure una leggenda metropolitana, è semplicemente falso.
Qualcuno gli spiegherà, per cortesia, che cosa sono e come funzionano le fondazioni bancarie?
Possibile che non è a conoscenza del sistema di governance del Monte dei Paschi di Siena, tanto per fare un esempio in area amica?
Insomma quello che il premier britannico Gordon Brown sta facendo in Inghilterra, facendo dimissionare i manager bancari malaccorti e non precludendosi la possibilità di avere suoi rappresentanti nei consigli di amministrazione, non incontra evidentemente i favori dell’antistatalista Veltroni.
Voi capite in che mani è finita l’opposizione?

Ps: Il giornalista Michele Concina, dai microfoni di Prima Pagina, ha concluso la sua ottima settimana di conduzione, riconoscendo che oggi l’opposizione è così debole che la critica all’operato del governo la fanno piuttosto i dissidenti del centrodestra; ed ha chiosato "come se il centrodestra rappresentasse il 100% della politica italiana".

domenica 31 agosto 2008

I capitani coraggiosi "soccorrono" Alitalia

Gli sviluppi della vicenda Alitalia sono per certi versi esemplari per comprendere fino in fondo come la nostra classe imprenditoriale concepisca due variabili fondamentali del liberismo economico: il rischio d'impresa ed il profitto.
Per i nostri veteroimprenditori, quest’ultimo viene prima di ogni altra cosa ed a questo principio generale la società civile deve ciecamente sottostare.
Il primo, cioè la particolare alea a cui ogni attività umana è soggetta ed alla quale, pertanto, neppure l’attività dell’imprenditore può sfuggire, deve essere azzerato. In uno slogan: minimo rischio, massimo profitto.
Il problema è che il profitto imprenditoriale trova la sua giustificazione teorica proprio nel fatto che, una volta remunerati tutti gli altri fattori della produzione, è necessario ricompensare l’imprenditore del particolare rischio sopportato per aver messo in piedi l’attività aziendale.
In altri termini la spiegazione del profitto è fatta risalire dalla scienza economica proprio alla caratteristica rischiosità dell’attività imprenditoriale: no risk, no profit.
La nostra classe imprenditoriale, nella sua componente più nobile è cresciuta invece nella convinzione che, forse per diritto di stirpe, deve massimizzare il profitto senza rischiare quasi nulla. Non è un caso che il capitalismo di casa nostra è un capitalismo familiare, premoderno, fondato sull’idea che l’imprenditorialità si trasmetta di generazione in generazione, senza nessun merito individuale, semplicemente per diritto ereditario.
Purtroppo questo è il desolante ritratto dei nostri capitani d’industria, con poche eccezioni, finchè non scendiamo di livello dimensionale ed andiamo a studiare la piccola e media impresa.
Qui le cose cambiano radicalmente perché, generalmente, la piccola e media impresa è abituata storicamente a fare da sola ed a confrontarsi senza rete sul mercato, rischiando in diretta e non in differita come troppo spesso fa la grande industria familistica.
Pertanto, pur se culturalmente la piccola media impresa mostra spesso di non esserne consapevole, di fatto gli interessi delle sorelle maggiori non hanno nulla a che vedere con quelli del nostro vasto e capillare tessuto imprenditoriale di realtà dimensionalmente più piccole ma molto più vivaci e dinamiche.
Il governo Berlusconi fa propri gli interessi della grande impresa che, a chiacchiere, invoca il libero mercato ma, nei fatti, chiede continuamente l’intervento pubblico per azzerare il proprio rischio d’investimento; lo slogan è semplice: privatizzare i profitti e socializzare le perdite.
Ecco che i cosiddetti capitani coraggiosi, così felicemente battezzati da un nostro famoso politico del PD ai tempi della famigerata scalata Telecom, sono molto più prudenti di quanto la politica (di destra ma anche di sinistra!) non voglia far credere.
Entrare in Alitalia? Certo, ma a patto che ne vengano scorporate tutte le passività e che rimanga per i difficili palati dei nostri finanzieri d'assalto soltanto il succo: naturalmente, per gli enormi debiti ci penserà lo Stato, cioè tutti i contribuenti a cui, continuamente, si ripete invece che, per mille altre necessità, non c’è un euro in cassa.
Eugenio Scalfari definisce la soluzione trovata per Alitalia un imbroglio, ancora più subdolo perché viene camuffato da intervento teso a difenderne l’italianità, cosa che invece è nei fatti già data per persa: “[…] sarà una svendita preceduta da un imbroglio. Le perdite allo Stato (cioè a tutti noi) i profitti ai privati, nazionali e stranieri. Un imbroglio che camuffa una svendita.”
Una lezione per tutti: per risanare la cosa pubblica, nulla di più sbagliato che affidarsi ad un grande imprenditore.